MANIFESTO OBSOLETO
Questo è il nostro manifesto, la nostra presentazione a voi e al mondo.
Sono 19 le persone che hanno contribuito alla scrittura, revisione, accessibilità e traduzione (quest'ultima ancora in corso) di questo manifesto, quindi la sua lunghezza non è breve in quanto ci tenevamo a esprimere tutto il nostro vissuto e i nostri progetti e obiettivi.
Se volete andare subito al sodo, vi suggeriamo una "scorciatoia": leggete la parte iniziale sottostante, i titoletti dei vari temi e valori e la parte finale oltre i titoletti.
Se invece siete interessatu a qualche tema potete leggerne alcun o se siete appassionatu o interessatu a far parte di Hubsoleto, vi invitiamo a leggerlo nella sua interezza!
NB: Per accessibilità abbiamo realizzato la registrazione di ogni capitolo, basta cliccare su "ASCOLTA CAPITOLO"
CW: transfobia, violenza medica, violenza, grassofobia, colonialismo, antimeridionalismo, abilismo, omobitransinterafobia
Hubsoleto nasce come centro Queer per l’autodeterminazione di genere, perché la Queerness è il valore fondante della nostra identità politica e la base della nostra pratica, il nostro modo di abitare il pianeta e di guardare all’altrə.
Ad orientare le nostre pratiche e le nostre relazioni con voi saranno la volontà di superare logiche capitaliste, gerarchiche, colonialiste e antropocentriche, e la determinazione a costruirsi oltre i costrutti di classe, di genere, di sesso, di confine e di norma.
Siamo persone trans* e non-binary, che lavorano in ambiti in cui le persone cisgender ancora sono la maggioranza.
Questo non è ovviamente un caso. È il risultato di una precisa volontà, quella di offrire alla nostra comunità servizi erogati da persone che ne condividano le esperienze, le aspirazioni, le istanze e i bisogni. Nessuno meglio di un’altra persona trans può comprendere cosa significhi (r)esistere in un mondo che ancora ci respinge, le molteplici forme che assume la violenza che ci colpisce e i continui ostacoli che il nostro legittimo diritto all'autodeterminazione incontra. È questo tipo di ascolto e compartecipazione che vogliamo offrire alla nostra comunità, insieme ai servizi di cura di cui necessita. Ed è per questo che Hubsoleto nasce e continuerà ad esistere come una realtà di persone trans* e non binary.
Siamo professionistx della salute e non solo: frocix, transfemministx, disabilx, indecorosx, di origine e provenienza diversa, di classi sociali differenti e siamo fierx di esserlo. Hubsoleto rappresenta una nuova generazione di professionist trans* che si affermano nel mondo del lavoro, mettendo al centro la generatività queer e l'autodeterminazione.
Siamo qui pertanto a delineare il nostro manifesto, il nostro presentarci e posizionarci nel mondo, spacchettando ognuno dei nostri valori per far sì che non siano solo parole vuote o l’innesco di fraintendimenti, sapendo bene quanto la lingua e i suoi significati siano molto meno netti e universali di quanto si voglia far credere. Per noi è importante che chi voglia entrare a far parte della nostra collettiva condivida questi principi e orienti il suo lavoro attraverso di essi, e che sia disponibile a decostruirli con noi, che si metta in ascolto e in dubbio. Altresì saremo estremamente felici di accogliere altri valori qui non descritti, ed essendo questo manifesto in continuo divenire, restiamo apertu ad aggiunte e modifiche, in un’evoluzione che accompagna la nostra crescita interna e la nostra relazione con l’esterno.
Ci teniamo però a sottolineare come le persone che vogliono usufruire dei servizi che mettiamo a disposizione non siano tenutз a seguire alcuno di questi valori; ciò che è importante per noi, è rendere esplicito con quale sguardo ci porremo nei loro confronti.
ESSENZIALISMO e SANISMO: L’esistenza trans-queer (in qualsiasi età) è pura espressione di autodeterminazione
Viviamo in una società nella quale il genere viene considerato qualcosa di naturale e immutabile, in cui non ci si rende conto che anche il cosiddetto “sesso biologico” è impregnato di costruzioni sociali e che la dicotomia “maschio” e “femmina” è anch’essa un artificio, frutto delle lenti con cui osserviamo il mondo. Non esiste un sesso biologico, esiste un genere assegnato alla nascita: una decisione non consensuale dall’esterno, che ci costringe in una dicotomia completamente arbitraria, spacciata per neutra e immodificabile. L’assegnazione di un genere ad un corpo implica l’associazione ad esso di una serie di ruoli sociali, i quali pongono le basi non solo della struttura socio-culturale, ma dell’intero sistema produttivo. Noi persone trans rappresentiamo non solo una minaccia per il sistema cis-sessista e patriarcale in cui viviamo ma anche per quello bio-capitalistico.
Secondo la legislazione Italiana, la capacità di intendere e di volere di chiunque abbia compiuto 18 anni è presunta fino a prova contraria. Questo sembra in qualche modo non essere del tutto applicabile a noi persone trans, dato l’obbligo di accedere a un percorso psicologico che sembra affermare che i bisogni da noi espressi siano dettati da qualche condizione psicopatologica che pregiudicherebbe la nostra lucidità. Oltre ad essere fermamente contrarx alla patologizzazione delle nostre identità ci opponiamo a una cultura sanista che vede le persone con psicopatologie come intrinsecamente incapacx di decidere per sé stesse e per il proprio corpo.
Secondo la legislazione Italiana, la capacità di intendere e di volere di chiunque abbia compiuto 18 anni è presunta fino a prova contraria. Questo sembra in qualche modo non essere del tutto applicabile a noi persone trans, dato l’obbligo di accedere a un percorso psicologico che sembra affermare che i bisogni da noi espressi siano dettati da qualche condizione psicopatologica che pregiudicherebbe la nostra lucidità. Oltre ad essere fermamente contrarx alla patologizzazione delle nostre identità ci opponiamo a una cultura sanista che vede le persone con psicopatologie come intrinsecamente incapacx di decidere per sé stesse e per il proprio corpo.
CHILDISM: La gerarchizzazione bambinə-adultə come questo sistema di oppressione
Le ideologie sanista e cisgenderista rappresentano due assi di oppressione che, insieme a quelli adultocentrico e professionalista, agiscono sull’infanzia trans e gender creative indebolendo le persone giovani, rappresentandole come fragili, manchevoli, incapaci di sapere chi sono e di autodeterminarsi. Il paradigma adultocentrico attribuisce all’infanzia caratteristiche universali basate sul determinismo biologico e su un’idea dello sviluppo organizzata in fasi, portando a considerare lu bambinu come una categoria sociale omogenea al suo interno. La gerarchizzazione della relazione bambinə-adultə è funzionale alla normalizzazione di questo sistema di oppressione, che adottando il solo punto di vista adulto, si traduce in atteggiamenti e azioni che ignorano e sovra-determinano i bisogni e le esperienze di genere dell’infanzia e dell’adolescenza trans, sminuite proprio in base alla giovane età. Genitorialità e professionalità adultocentriche creano un'asimmetria di potere negli spazi di cura, in cui le piccole persone imparano che la loro opinione non conta e che le decisioni sulla propria vita spettano all’adulto.
Crediamo che l’infanzia trans e gender creative non possa essere più sotto il controllo del punto di vista clinico, e riteniamo che le pratiche di gatekeeping, come la vigile attesa e altre forme di controllo, che minano la possibilità di assumere la triptorelina e le terapie ormonali prima dei 18 anni, siano espressione del paradigma adultocentrico e non tengano conto del punto di vista delle piccole persone.
Vogliamo rimettere al centro l’esperienza e la saggezza che le piccole persone esprimono proprio per la loro età, valorizzando ciò che sanno di essere e dando spazio alle loro voci, che sono anche alcune delle nostre voci di bambinu che un tempo non sono state ascoltate. Promuoviamo un approccio educativo e psicologico che sia capace di posizionarsi accanto all’infanzia e all’adolescenza trans, creando relazioni partecipative centrate sull’ascolto e il rispetto, capaci di accompagnare le piccole persone nell’avventura di scoperta e creazione della propria identità in ogni momento della vita.
Crediamo che l’infanzia trans e gender creative non possa essere più sotto il controllo del punto di vista clinico, e riteniamo che le pratiche di gatekeeping, come la vigile attesa e altre forme di controllo, che minano la possibilità di assumere la triptorelina e le terapie ormonali prima dei 18 anni, siano espressione del paradigma adultocentrico e non tengano conto del punto di vista delle piccole persone.
Vogliamo rimettere al centro l’esperienza e la saggezza che le piccole persone esprimono proprio per la loro età, valorizzando ciò che sanno di essere e dando spazio alle loro voci, che sono anche alcune delle nostre voci di bambinu che un tempo non sono state ascoltate. Promuoviamo un approccio educativo e psicologico che sia capace di posizionarsi accanto all’infanzia e all’adolescenza trans, creando relazioni partecipative centrate sull’ascolto e il rispetto, capaci di accompagnare le piccole persone nell’avventura di scoperta e creazione della propria identità in ogni momento della vita.
PERSONE INTERSEX: Il mio corpo non è un oggetto di studio
Hubsoleto crede nella depatologizzazione delle varianze di genere e di sesso e nella solidarietà trans ed intersex. Una società transfobica è inevitabilmente intersexfobica in quanto l'oppressione che viviamo ha la stessa matrice bio-determinista.
Vogliamo riconosciuto lo spettro delle variazioni delle caratteristiche di sesso (VCS), come variazioni umane, e non malattie da ricondurre ad un sesso binario.
Che ci sia per tuttu autodeterminazione fisica, con un consenso davvero informato e libero da bias cis-etero-allo-normati. Che le persone possano scegliere un percorso ormonale e chirurgico (se voluto) nel rispetto della possibilità economica e della propria salute, più in linea con le proprie esigenze e percezione di sè, che questa coincida o no con l'assegnazione del genere decisa da altri alla nascita.
Invece, siamo tuttu costrettu ad avere il sesso indicato sui documenti pubblici che ci possono esporre e mettere a rischio. Subiamo discriminazioni nello sport o non ci viene permesso di praticarlo. Chi siamo e i nostri corpi vengono messi in discussione, anche pubblicamente sui giornali. Percorriamo percorsi di sola patologizzazione e non di autodeterminazione, con assenza di leggi di riconoscimento e tutela da parte dello Stato. Persone con corpi non previsti, che possono trovarsi a non avere accesso tramite il SSN a servizi di prevenzione, perché il codice fiscale non lo permette. Allo stesso tempo quando riceviamo attenzione medica, ci vengono richieste frequenti visite che spesso ignorano i limiti personali dellə paziente, che lə sottopone ad esami invasivi non necessari, e che lə rende, suo malgrado, oggetto di studio.
Depatologizzazione: Alcune forme intersex hanno un rischio più elevato verso alcune patologie, ma l'essere intersex di per sé non costituisce necessariamente una malattia. Per questo moltu attivistu intersex chiedono di non esser vistu come persone con disordini dello sviluppo sessuale, ma con differenze dello sviluppo sessuale (o con VCS). Le persone intersex potrebbero necessitare di interventi medici, ma non necessariamente. Quello che si chiede è rispettare l'integrità e autonomia il più possibile, intervenendo sulle emergenze mediche, e non sociali.
Il modo in cui le VCS sono state a lungo definite è strutturato in modo da etichettare meno persone possibili come intersex così che "non dovranno vivere con la vergogna di una diagnosi" oltre a non destabilizzare il binario di sesso/genere.
Diagnosi ed identità vengono per cui spesso nascoste alla persona intersex rendendo estremamente difficile per lei trovare risposte, comunità. Una diagnosi inoltre può essere significativa perchè alcune VCS sono legate a diverso metabolismo, idratazione, regolazione corporea, etc e necessitano assistenza medica, troppo spesso inadeguata, costosa, traumatica e discriminante.
Mentre finalmente in Europa si stanno iniziando ad affermare leggi alla tutela e autodeterminazione delle persone intersex e con VCS, in Italia vengono ancora attuati processi di normalizzazione e medicalizzazione non consenzienti o non accuratamente informati, le mutilazioni genitali nell'infanzia vengono tuttora eseguite negli ospedali pubblici. Inoltre possiamo attestare che nel mondo, negli Stati dove la transfobia diventa legge - negando l’autonomia delle persone trans adulte e adolescenti - vengono create ad hoc eccezioni per continuare ad intervenire su bambinu intersex. Seguendo una linea di “correzione” e, sebbene non detto più così apertamente di "contrasto all'omosessualità" e alla queerness.
Le terapie di conversione non riguardano infatti solo l’orientamento sessuale, come pensiamo nell’immaginario comune. Esse si attuano fin da molto piccolɘ nella preservazione della rigidità del binario: istruire l'infante al genere assegnato e correggere comportamenti ritenuti inadatti; ricevere cure ormonali a propria insaputa o dove la persona non ha scelta sulla tipologia di essa (le persone assegnate F devono femminilizzarsi, quelle M virilizzarsi); venir costretti a trattamenti "normalizzanti" (per esempio la rimozione laser dei peli in seguito alla pubertà delle persone assegnate F).
Inoltre l’intersexfobia colpisce sproporzionatamente le persone non bianche ed assegnate F, facendo propaganda sul dimorfismo sessuale umano, che sebbene presente vede nella sua accentuazione origini coloniali. Si scriveva in passato che maggiore è la differenza tra uomo e donna e maggiore è l’evoluzione culturale di quella “razza”. Per aumentare la percezione di questo divario si richiede una performance di genere, di ruolo, estetica… si pone a modello una donna bianca cis - che non sia quindi intersex, trans, razzializzata, ma anche grassa, disabile, neurodivergente… per punire e schiacciare tutte le persone e donne non conformi e “premiare” tutte quelle che rientrano ed aderiscono a questo modello, rendendole pedine e parti attive nell’alimentare il meccanismo cis-etero-normativo e colonialista.
Vogliamo riconosciuto lo spettro delle variazioni delle caratteristiche di sesso (VCS), come variazioni umane, e non malattie da ricondurre ad un sesso binario.
Che ci sia per tuttu autodeterminazione fisica, con un consenso davvero informato e libero da bias cis-etero-allo-normati. Che le persone possano scegliere un percorso ormonale e chirurgico (se voluto) nel rispetto della possibilità economica e della propria salute, più in linea con le proprie esigenze e percezione di sè, che questa coincida o no con l'assegnazione del genere decisa da altri alla nascita.
Invece, siamo tuttu costrettu ad avere il sesso indicato sui documenti pubblici che ci possono esporre e mettere a rischio. Subiamo discriminazioni nello sport o non ci viene permesso di praticarlo. Chi siamo e i nostri corpi vengono messi in discussione, anche pubblicamente sui giornali. Percorriamo percorsi di sola patologizzazione e non di autodeterminazione, con assenza di leggi di riconoscimento e tutela da parte dello Stato. Persone con corpi non previsti, che possono trovarsi a non avere accesso tramite il SSN a servizi di prevenzione, perché il codice fiscale non lo permette. Allo stesso tempo quando riceviamo attenzione medica, ci vengono richieste frequenti visite che spesso ignorano i limiti personali dellə paziente, che lə sottopone ad esami invasivi non necessari, e che lə rende, suo malgrado, oggetto di studio.
Depatologizzazione: Alcune forme intersex hanno un rischio più elevato verso alcune patologie, ma l'essere intersex di per sé non costituisce necessariamente una malattia. Per questo moltu attivistu intersex chiedono di non esser vistu come persone con disordini dello sviluppo sessuale, ma con differenze dello sviluppo sessuale (o con VCS). Le persone intersex potrebbero necessitare di interventi medici, ma non necessariamente. Quello che si chiede è rispettare l'integrità e autonomia il più possibile, intervenendo sulle emergenze mediche, e non sociali.
Il modo in cui le VCS sono state a lungo definite è strutturato in modo da etichettare meno persone possibili come intersex così che "non dovranno vivere con la vergogna di una diagnosi" oltre a non destabilizzare il binario di sesso/genere.
Diagnosi ed identità vengono per cui spesso nascoste alla persona intersex rendendo estremamente difficile per lei trovare risposte, comunità. Una diagnosi inoltre può essere significativa perchè alcune VCS sono legate a diverso metabolismo, idratazione, regolazione corporea, etc e necessitano assistenza medica, troppo spesso inadeguata, costosa, traumatica e discriminante.
Mentre finalmente in Europa si stanno iniziando ad affermare leggi alla tutela e autodeterminazione delle persone intersex e con VCS, in Italia vengono ancora attuati processi di normalizzazione e medicalizzazione non consenzienti o non accuratamente informati, le mutilazioni genitali nell'infanzia vengono tuttora eseguite negli ospedali pubblici. Inoltre possiamo attestare che nel mondo, negli Stati dove la transfobia diventa legge - negando l’autonomia delle persone trans adulte e adolescenti - vengono create ad hoc eccezioni per continuare ad intervenire su bambinu intersex. Seguendo una linea di “correzione” e, sebbene non detto più così apertamente di "contrasto all'omosessualità" e alla queerness.
Le terapie di conversione non riguardano infatti solo l’orientamento sessuale, come pensiamo nell’immaginario comune. Esse si attuano fin da molto piccolɘ nella preservazione della rigidità del binario: istruire l'infante al genere assegnato e correggere comportamenti ritenuti inadatti; ricevere cure ormonali a propria insaputa o dove la persona non ha scelta sulla tipologia di essa (le persone assegnate F devono femminilizzarsi, quelle M virilizzarsi); venir costretti a trattamenti "normalizzanti" (per esempio la rimozione laser dei peli in seguito alla pubertà delle persone assegnate F).
Inoltre l’intersexfobia colpisce sproporzionatamente le persone non bianche ed assegnate F, facendo propaganda sul dimorfismo sessuale umano, che sebbene presente vede nella sua accentuazione origini coloniali. Si scriveva in passato che maggiore è la differenza tra uomo e donna e maggiore è l’evoluzione culturale di quella “razza”. Per aumentare la percezione di questo divario si richiede una performance di genere, di ruolo, estetica… si pone a modello una donna bianca cis - che non sia quindi intersex, trans, razzializzata, ma anche grassa, disabile, neurodivergente… per punire e schiacciare tutte le persone e donne non conformi e “premiare” tutte quelle che rientrano ed aderiscono a questo modello, rendendole pedine e parti attive nell’alimentare il meccanismo cis-etero-normativo e colonialista.
ABILISMO/NEURODIVERGENZA: la società che ci vuole come macchine
La società in cui viviamo è abilista e costruita attorno ad un modello neurotipico.
La disabilità viene considerata o un peso individuale, una sfortuna estrema, e quindi trattata con estremo pietismo, o ignorata e invalidata totalmente.
Questo mondo non è accessibile in nessun modo per le persone disabilizzate, da nessun punto di vista.
Che siano disabilità cognitive, malattie croniche, disabilità motorie o neurotipi considerati atipici, il mondo non è costruito per noi.
Se già viviamo in uno Stato che ignora, rifiuta e controlla le identità disabili e quelle trans, essere disabil3 e trans significa fare i conti con una quantità esponenziale di gatekeeping e ostacoli che sembrano insormontabili.
La possibilità che una persona disabile e trans abbia la capacità di autodeterminarsi è completamente inaccettabile nello stato Italiano, e nella società occidentale tutta.
Veniamo infantilizzat* e mess* costantemente in discussione, le nostre identità negate, sminuite o trattate come una comorbilità.
Chi di noi può si trova a dover mentire a professionist* sanitar* per non vedersi negato l’accesso a servizi per noi fondamentali.
Chi invece non può mentire si ritrova a doversi affidare alla sorte e sperare di trovare un* dei pochissim* professionist* che non l* tratti come incapac* di intendere e di volere.
Hubsoleto è composto in gran parte da persone neurodivergenti, autistiche, adhd, e/o con malattie croniche.
Rivendichiamo la nostra identità di persone disabili e neurodivergenti con forza e con orgoglio. Vogliamo mettere al centro del nostro operato questo aspetto della nostra identità in quanto estremamente presente nella comunità trans e vogliamo rivendicare la gioia di essere e di scoprirsi disabili e neurodivergenti.
Vogliamo anche prenderci cura del trauma che ci portiamo dietro, in una società che per ognuna delle nostre appartenenze ci ha fatto sentire sbagliat*. Come professionist* il nostro obiettivo è avere un approccio affermativo, che non neghi la violenza e le microaggressioni che le persone disabili subiscono ogni giorno, ma che allo stesso tempo riconosca i punti di forza e l’euforia che deriva dalla scoperta di sé, in ogni suo aspetto.
La disabilità viene considerata o un peso individuale, una sfortuna estrema, e quindi trattata con estremo pietismo, o ignorata e invalidata totalmente.
Questo mondo non è accessibile in nessun modo per le persone disabilizzate, da nessun punto di vista.
Che siano disabilità cognitive, malattie croniche, disabilità motorie o neurotipi considerati atipici, il mondo non è costruito per noi.
Se già viviamo in uno Stato che ignora, rifiuta e controlla le identità disabili e quelle trans, essere disabil3 e trans significa fare i conti con una quantità esponenziale di gatekeeping e ostacoli che sembrano insormontabili.
La possibilità che una persona disabile e trans abbia la capacità di autodeterminarsi è completamente inaccettabile nello stato Italiano, e nella società occidentale tutta.
Veniamo infantilizzat* e mess* costantemente in discussione, le nostre identità negate, sminuite o trattate come una comorbilità.
Chi di noi può si trova a dover mentire a professionist* sanitar* per non vedersi negato l’accesso a servizi per noi fondamentali.
Chi invece non può mentire si ritrova a doversi affidare alla sorte e sperare di trovare un* dei pochissim* professionist* che non l* tratti come incapac* di intendere e di volere.
Hubsoleto è composto in gran parte da persone neurodivergenti, autistiche, adhd, e/o con malattie croniche.
Rivendichiamo la nostra identità di persone disabili e neurodivergenti con forza e con orgoglio. Vogliamo mettere al centro del nostro operato questo aspetto della nostra identità in quanto estremamente presente nella comunità trans e vogliamo rivendicare la gioia di essere e di scoprirsi disabili e neurodivergenti.
Vogliamo anche prenderci cura del trauma che ci portiamo dietro, in una società che per ognuna delle nostre appartenenze ci ha fatto sentire sbagliat*. Come professionist* il nostro obiettivo è avere un approccio affermativo, che non neghi la violenza e le microaggressioni che le persone disabili subiscono ogni giorno, ma che allo stesso tempo riconosca i punti di forza e l’euforia che deriva dalla scoperta di sé, in ogni suo aspetto.
PSICHIATRIZZAZIONE: A chi serve davvero la diagnosi? È per il nostro bene o avete paura di noi?
Nonostante l’ICD-11 abbia sostituito la dicitura “disforia di genere” con “incongruenza di genere” e l’abbia rimossa dalla classificazione delle patologie mentali, ci viene ancora richiesto che unə professionista certifichi il nostro vissuto. Ci ritroviamo ancora rimbalzatə da unə professionistə all’altrə, perchè a loro spetta decidere se la nostra identità sia abbastanza valida. A loro spetta certificare una patologia, che patologia non è, ma che come tale viene trattata.
Il semplice fatto che la “disforia di genere” appaia ancora tra le pagine del DSM-V è violento e inappropriato nei nostri confronti; un fatto che rientra perfettamente nelle logiche della nostra società, in cui non solo il binarismo uomo-donna, ma anche quello di salute e malattia dettano le regole del gioco.
In questo contesto, che altro non è che la nostra vita di tutti i giorni, la psichiatria è l’ennesima istituzione incaricata di mantenere l’ordine sociale. Attraverso il suo strumento più potente, la diagnosi, la psichiatria sancisce cosa è normale e cosa non lo è, cosa va trattato e curato, prestando la forza dell’autorità scientifica ad un’esclusione già messa in atto dalla società: l’esclusione di chi non si è conformatə al suo sistema.
E se la continua necessità di dimostrare a unə professionista dopo l’altrə ciò che siamo non fosse abbastanza, spesso e volentieri ci troviamo costrettə a nascondere altre parti di noi, che potrebbero portare chi ci “ascolta” a dubitare delle nostre parole. Non è raro, infatti, che in presenza di una diagnosi di salute mentale, di una neurodivergenza, il percorso di affermazione di genere si allunghi. Non solo le nostre parole sembrano perdere di valore e credibilità, ma ci viene imposto, per poter accedere ad un percorso di affermazione di genere, di “risolvere” altre parti di noi, sentite dall’altro come problemi o come ostacoli, che negano il nostro diritto di autodeterminarci.
Vogliamo un modello che sia veramente di consenso informato, che supporti la nostra autodeterminazione e capacità di scegliere per noi stessə, e che non necessiti del “permesso” o “approvazione” di uno specialista, né sotto forma di diagnosi, né come relazione, perizia o sentenza.
Non vogliamo che la mera sostituzione dei termini “disforia” e “incongruenza” porti a un semplice cambiamento di codici medici, e a pulire la coscienza di chi continua a decidere per noi; vogliamo scardinare il sistema così com’è oggi, per garantire che ognunə possa scegliere il proprio percorso
Ci muoviamo altrove rispetto alle logiche e politiche patologizzanti e classificatorie che definiscono e riducono l’esperienza trans come un’area di interesse clinico. Superiamo la definizione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali che parla di una condizione di incongruenza di genere da far rientrare all’interno dei criteri diagnostici della disforia di genere.
La depatologizzazione delle persone transgender non può che andare di pari passo con la depatologizzazione di chiunque non rientri nella “normalità” medica: neurodivergenze, patologie psichiatriche e neurologiche, disabilità di qualsiasi tipo, intersessualità…
Vogliamo un approccio intersezionale, in cui la persona sia vista nella sua totalità e individualità, e non come un paziente o una diagnosi.
Vogliamo non dover più mentire, mascherare le caratteristiche che ci rendono noi, nascondere parti di noi per ottenere l’approvazione di chi, in funzione del potere che ricopre in questo sistema, ha l’ultima parola sul nostro esistere.
Il semplice fatto che la “disforia di genere” appaia ancora tra le pagine del DSM-V è violento e inappropriato nei nostri confronti; un fatto che rientra perfettamente nelle logiche della nostra società, in cui non solo il binarismo uomo-donna, ma anche quello di salute e malattia dettano le regole del gioco.
In questo contesto, che altro non è che la nostra vita di tutti i giorni, la psichiatria è l’ennesima istituzione incaricata di mantenere l’ordine sociale. Attraverso il suo strumento più potente, la diagnosi, la psichiatria sancisce cosa è normale e cosa non lo è, cosa va trattato e curato, prestando la forza dell’autorità scientifica ad un’esclusione già messa in atto dalla società: l’esclusione di chi non si è conformatə al suo sistema.
E se la continua necessità di dimostrare a unə professionista dopo l’altrə ciò che siamo non fosse abbastanza, spesso e volentieri ci troviamo costrettə a nascondere altre parti di noi, che potrebbero portare chi ci “ascolta” a dubitare delle nostre parole. Non è raro, infatti, che in presenza di una diagnosi di salute mentale, di una neurodivergenza, il percorso di affermazione di genere si allunghi. Non solo le nostre parole sembrano perdere di valore e credibilità, ma ci viene imposto, per poter accedere ad un percorso di affermazione di genere, di “risolvere” altre parti di noi, sentite dall’altro come problemi o come ostacoli, che negano il nostro diritto di autodeterminarci.
Vogliamo un modello che sia veramente di consenso informato, che supporti la nostra autodeterminazione e capacità di scegliere per noi stessə, e che non necessiti del “permesso” o “approvazione” di uno specialista, né sotto forma di diagnosi, né come relazione, perizia o sentenza.
Non vogliamo che la mera sostituzione dei termini “disforia” e “incongruenza” porti a un semplice cambiamento di codici medici, e a pulire la coscienza di chi continua a decidere per noi; vogliamo scardinare il sistema così com’è oggi, per garantire che ognunə possa scegliere il proprio percorso
Ci muoviamo altrove rispetto alle logiche e politiche patologizzanti e classificatorie che definiscono e riducono l’esperienza trans come un’area di interesse clinico. Superiamo la definizione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali che parla di una condizione di incongruenza di genere da far rientrare all’interno dei criteri diagnostici della disforia di genere.
La depatologizzazione delle persone transgender non può che andare di pari passo con la depatologizzazione di chiunque non rientri nella “normalità” medica: neurodivergenze, patologie psichiatriche e neurologiche, disabilità di qualsiasi tipo, intersessualità…
Vogliamo un approccio intersezionale, in cui la persona sia vista nella sua totalità e individualità, e non come un paziente o una diagnosi.
Vogliamo non dover più mentire, mascherare le caratteristiche che ci rendono noi, nascondere parti di noi per ottenere l’approvazione di chi, in funzione del potere che ricopre in questo sistema, ha l’ultima parola sul nostro esistere.
SEX POSITIVITY: Re-inventiamo il piacere, facciamo sesso (se vogliamo)…non diteci come
Abbiamo tuttɜ il diritto a poter provare piacere, ciascunə di noi nei modi che rispecchiano le nostre identità e i nostri bisogni, e a prescindere dal nostro genere e dalle nostre anatomie, dai nostri orientamenti sessuali e orientamenti relazionali.
Le persone che si sono impegnate a studiare la sessualità umana hanno rivoluzionato la concezione del sesso, abbattendo taboo, dando origine alla sex therapy e provando empiricamente il valore fondamentale dell’educazione sesso-affettiva. Hanno fatto sì in questo modo che le persone cis avessero risorse per poter godere di affettività e sessualità soddisfacenti, e più recentemente hanno tentato di indebolire il valore predominante associato alla sessualità genitale ed eterosessuale (pene-vagina), vista come unica sessualità, attraverso la quale è possibile sperimentare il “vero piacere”. Da una parte riconosciamo i tanti progressi fatti dai saperi sessuologici, dall’altra parte riteniamo però che finora sia stata posta scarsa attenzione alla sessualità di noi persone transgender; poche sono state infatti le persone che nell’ambito della sessuologia accademica e clinica hanno voluto guardare alla sessualità umana oltre il paradigma cis-sessuale dominante. Condanniamo il fatto che poco è stato fatto dalla sessuologia per riconoscere le nostre vite affettive e sessuali così come sono realmente. Mentre sono stati a lungo osservati, ad esempio, gli effetti della terapia ormonale su come sperimentiamo l’eccitazione e l’orgasmo, oppure di come ad un certo momento dei nostri percorsi sperimentiamo un cambiamento nel nostro orientamento sessuale, e hanno scritto in numerose pubblicazioni di come possiamo essere invalidat*, rifiutati*, feticizzat*, dalle persone in quanto trans, hanno trascurato come, nel mettere in discussione le norme di genere, inventiamo continuamente nuovi modi di sperimentare piacere.
Riteniamo fondamentale la produzione di un sapere sessuologico che parla dell’euforia di genere nelle nostre intimità e della nostra creatività erotica. Ci chiediamo perché le nostre vite affettive e sessuali debbano essere soggette a negazione, invisibilizzazione, patologizzazione e feticizzazione. Crediamo e vogliamo provare piacere e crediamo che i modi per poterlo fare siano infiniti, non limitati o assenti come ci vogliono far credere; allo stesso tempo, siamo stufɜ della curiosità voyeuristica delle persone cisgender, circa le nostre anatomie, rabbiosɜ di come siamo rappresentatɜ nella pornografia mainstream. Vi è carenza di articoli, libri e di programmi di educazione sessuale che legittimano l’esperienza trans. Nel campo della sessuologia, nella ricerca, nella clinica, nei programmi formativi professionalizzanti, è utilizzato un linguaggio che è violentemente cis-etero-mono-amato-allo-normato e binario, che esclude i nostri corpi. L’esclusione delle sessualità queer e trans da questa disciplina è possibile osservarla chiaramente quando si discute di funzioni/disfunzioni sessuali e del ciclo di risposta sessuale. Per il DSM-5, il piacere non può essere presente se è assente la funzionalità dei genitali. Ciò che rende la sessualità veramente piacevole per l’essere umano è ignorato: la connessione, il senso di essere al sicuro, e l’embodiment. La concezione del piacere è limitata, non c’è riconoscimento della ricchezza e la complessità di ciò che con i nostri corpi è possibile sentire e (per)f(orm)are.
È necessario che lɜ professionistɜ della salute sessuale e della salute riproduttiva siano capaci di dare a noi le informazioni, e se necessario, le cure adeguate – come di nostro diritto. Intanto, con il privilegio di alcunɜ di noi di essere professionistɜ della salute e formatɜ in educazione sessuale e sessuologia clinica, vogliamo diffondere una cultura positiva della sessualità, dove il sesso può esistere ed essere per noi fonte di goia, o anche non esistere, ed essere comunque felici senza essere giudicatɜ come incompletɜ, malatɜ, stranx.
In Hubsoleto non daremo mai per scontato la presenza di partner a prescindere dall’orientamento relazionale, il desiderio di avere partner, il concetto stesso di partner allonormato, il desiderio di avere rapporti sessuali, il concetto stesso di rapporto sessuale, la presenza di attività sessuale in una relazione romantica, la presenza di intimità romantica in rapporti sessuali, in che misura sesso e romanticismo sono rilevanti in un rapporto, l’interesse o meno verso il romanticismo o attività sessuali indipendentemente dall’orientamento sessuale. Crediamo che la sessualità necessiti di una prospettiva queer basata sul piacere, di un atteggiamento non-giudicante, che pone al centro le pratiche di negoziazione del consenso. È in questo modo che intendiamo sfidare le norme e gli stereotipi dannosi sul sesso e sulla sessualità.
I cis-pioneri della sessuologia classica hanno concepito come caratteristica centrale dell’esperienza transgender l’ostilità per il corpo sessuale e l’evitamento del sesso, tanto da renderli criteri diagnostici per determinare se una persona fosse “realmente” transgender. Per molto tempo, è stato il primo criterio diagnostico che doveva essere rispettato per poter intraprendere un percorso di affermazione di genere. Tuttora la nostra società risente di questa visione: molte persone credono, a priori, che tutte le persone transgender rifiutino le caratteristiche sessuali associate al nostro genere assegnato alla nascita; per essere “realmente” trans bisogna provare disforia per i nostri corpi sessuali ed evitare il sesso. Anche nei contesti clinici dei nostri percorsi di affermazione di genere ci sono ancora professionistx da cui potremmo subire gate-keeping perché non proviamo repulsione verso i nostri genitali. Crediamo nella necessità della decostruzione di queste narrative transnormative, che tanto sono state strutturate dagli abusi di potere della medicina e della psicologia. Potremmo pensare che i nostri corpi siano ripugnanti e che i nostri desideri non siano importanti come quelli delle persone cisgender, che i nostri comportamenti e le nostre fantasie siano perverse. Ci fanno credere che il nostro destino è di essere oggettificati piuttosto che poter essere soggetti del desiderio di altre persone. Crediamo che con il nostro desiderio e con il nostro piacere è possibile sovvertire i copioni sessuali, che riflettono le aspettative su come bisogna comportarsi nell’intimità sulla base della nostra identità di genere e delle nostre anatomie. Le nostre pratiche sessuali queer e trans implicano atti di piacere che sfidano i confini tra i sistemi dicotomici uomo/donna, natura/cultura, animato/inanimato, materiale/immateriale. L’opportunità di sperimentare il piacere non coinvolgendo i genitali e/o coinvolgendoli nel modo in cui noi vogliamo – non come la società si aspetta da noi - è un atto di embodiment e di affermazione di genere radicale, un modo di sperimentare un’intimità euforica invece che disforica, di sentirsi presenti nel sesso senza parteciparvi con parti del nostro corpo, con gesti e con dei ruoli che non riflettono la nostra identità queer e trans. Sappiamo di avere come strumento la possibilità di negoziare il consenso e i confini con lx altrx. Ci autodeterminiamo comunicando i nostri “sì” e i nostri “no”. Ci appropriamo di sex tools e pratiche affettive e sessuali alternative che ci permettono di giocare con i nostri generi, esplorandoli e autodeterminandoli. Quando rispettiamo noi stessx e lx nostrx partner, vivere il nostro piacere scegliendolo liberamente, e consapevolmente con i nostri turn-on e i nostri turn-off, può essere divertente e ci può far stare bene, tanto da avere un impatto positivo sul nostro senso di autostima, sulla nostra salute e sulla nostra qualità vita.
Le persone che si sono impegnate a studiare la sessualità umana hanno rivoluzionato la concezione del sesso, abbattendo taboo, dando origine alla sex therapy e provando empiricamente il valore fondamentale dell’educazione sesso-affettiva. Hanno fatto sì in questo modo che le persone cis avessero risorse per poter godere di affettività e sessualità soddisfacenti, e più recentemente hanno tentato di indebolire il valore predominante associato alla sessualità genitale ed eterosessuale (pene-vagina), vista come unica sessualità, attraverso la quale è possibile sperimentare il “vero piacere”. Da una parte riconosciamo i tanti progressi fatti dai saperi sessuologici, dall’altra parte riteniamo però che finora sia stata posta scarsa attenzione alla sessualità di noi persone transgender; poche sono state infatti le persone che nell’ambito della sessuologia accademica e clinica hanno voluto guardare alla sessualità umana oltre il paradigma cis-sessuale dominante. Condanniamo il fatto che poco è stato fatto dalla sessuologia per riconoscere le nostre vite affettive e sessuali così come sono realmente. Mentre sono stati a lungo osservati, ad esempio, gli effetti della terapia ormonale su come sperimentiamo l’eccitazione e l’orgasmo, oppure di come ad un certo momento dei nostri percorsi sperimentiamo un cambiamento nel nostro orientamento sessuale, e hanno scritto in numerose pubblicazioni di come possiamo essere invalidat*, rifiutati*, feticizzat*, dalle persone in quanto trans, hanno trascurato come, nel mettere in discussione le norme di genere, inventiamo continuamente nuovi modi di sperimentare piacere.
Riteniamo fondamentale la produzione di un sapere sessuologico che parla dell’euforia di genere nelle nostre intimità e della nostra creatività erotica. Ci chiediamo perché le nostre vite affettive e sessuali debbano essere soggette a negazione, invisibilizzazione, patologizzazione e feticizzazione. Crediamo e vogliamo provare piacere e crediamo che i modi per poterlo fare siano infiniti, non limitati o assenti come ci vogliono far credere; allo stesso tempo, siamo stufɜ della curiosità voyeuristica delle persone cisgender, circa le nostre anatomie, rabbiosɜ di come siamo rappresentatɜ nella pornografia mainstream. Vi è carenza di articoli, libri e di programmi di educazione sessuale che legittimano l’esperienza trans. Nel campo della sessuologia, nella ricerca, nella clinica, nei programmi formativi professionalizzanti, è utilizzato un linguaggio che è violentemente cis-etero-mono-amato-allo-normato e binario, che esclude i nostri corpi. L’esclusione delle sessualità queer e trans da questa disciplina è possibile osservarla chiaramente quando si discute di funzioni/disfunzioni sessuali e del ciclo di risposta sessuale. Per il DSM-5, il piacere non può essere presente se è assente la funzionalità dei genitali. Ciò che rende la sessualità veramente piacevole per l’essere umano è ignorato: la connessione, il senso di essere al sicuro, e l’embodiment. La concezione del piacere è limitata, non c’è riconoscimento della ricchezza e la complessità di ciò che con i nostri corpi è possibile sentire e (per)f(orm)are.
È necessario che lɜ professionistɜ della salute sessuale e della salute riproduttiva siano capaci di dare a noi le informazioni, e se necessario, le cure adeguate – come di nostro diritto. Intanto, con il privilegio di alcunɜ di noi di essere professionistɜ della salute e formatɜ in educazione sessuale e sessuologia clinica, vogliamo diffondere una cultura positiva della sessualità, dove il sesso può esistere ed essere per noi fonte di goia, o anche non esistere, ed essere comunque felici senza essere giudicatɜ come incompletɜ, malatɜ, stranx.
In Hubsoleto non daremo mai per scontato la presenza di partner a prescindere dall’orientamento relazionale, il desiderio di avere partner, il concetto stesso di partner allonormato, il desiderio di avere rapporti sessuali, il concetto stesso di rapporto sessuale, la presenza di attività sessuale in una relazione romantica, la presenza di intimità romantica in rapporti sessuali, in che misura sesso e romanticismo sono rilevanti in un rapporto, l’interesse o meno verso il romanticismo o attività sessuali indipendentemente dall’orientamento sessuale. Crediamo che la sessualità necessiti di una prospettiva queer basata sul piacere, di un atteggiamento non-giudicante, che pone al centro le pratiche di negoziazione del consenso. È in questo modo che intendiamo sfidare le norme e gli stereotipi dannosi sul sesso e sulla sessualità.
I cis-pioneri della sessuologia classica hanno concepito come caratteristica centrale dell’esperienza transgender l’ostilità per il corpo sessuale e l’evitamento del sesso, tanto da renderli criteri diagnostici per determinare se una persona fosse “realmente” transgender. Per molto tempo, è stato il primo criterio diagnostico che doveva essere rispettato per poter intraprendere un percorso di affermazione di genere. Tuttora la nostra società risente di questa visione: molte persone credono, a priori, che tutte le persone transgender rifiutino le caratteristiche sessuali associate al nostro genere assegnato alla nascita; per essere “realmente” trans bisogna provare disforia per i nostri corpi sessuali ed evitare il sesso. Anche nei contesti clinici dei nostri percorsi di affermazione di genere ci sono ancora professionistx da cui potremmo subire gate-keeping perché non proviamo repulsione verso i nostri genitali. Crediamo nella necessità della decostruzione di queste narrative transnormative, che tanto sono state strutturate dagli abusi di potere della medicina e della psicologia. Potremmo pensare che i nostri corpi siano ripugnanti e che i nostri desideri non siano importanti come quelli delle persone cisgender, che i nostri comportamenti e le nostre fantasie siano perverse. Ci fanno credere che il nostro destino è di essere oggettificati piuttosto che poter essere soggetti del desiderio di altre persone. Crediamo che con il nostro desiderio e con il nostro piacere è possibile sovvertire i copioni sessuali, che riflettono le aspettative su come bisogna comportarsi nell’intimità sulla base della nostra identità di genere e delle nostre anatomie. Le nostre pratiche sessuali queer e trans implicano atti di piacere che sfidano i confini tra i sistemi dicotomici uomo/donna, natura/cultura, animato/inanimato, materiale/immateriale. L’opportunità di sperimentare il piacere non coinvolgendo i genitali e/o coinvolgendoli nel modo in cui noi vogliamo – non come la società si aspetta da noi - è un atto di embodiment e di affermazione di genere radicale, un modo di sperimentare un’intimità euforica invece che disforica, di sentirsi presenti nel sesso senza parteciparvi con parti del nostro corpo, con gesti e con dei ruoli che non riflettono la nostra identità queer e trans. Sappiamo di avere come strumento la possibilità di negoziare il consenso e i confini con lx altrx. Ci autodeterminiamo comunicando i nostri “sì” e i nostri “no”. Ci appropriamo di sex tools e pratiche affettive e sessuali alternative che ci permettono di giocare con i nostri generi, esplorandoli e autodeterminandoli. Quando rispettiamo noi stessx e lx nostrx partner, vivere il nostro piacere scegliendolo liberamente, e consapevolmente con i nostri turn-on e i nostri turn-off, può essere divertente e ci può far stare bene, tanto da avere un impatto positivo sul nostro senso di autostima, sulla nostra salute e sulla nostra qualità vita.
CURA e MEDICINA: Mettiamo le persone al centro della loro cura
La medicina occidentale è costruita sulla dicotomia tra salute e malattia, tra ciò che è sano e ciò che è malato.
Una concezione, ancora una volta, binaria che vuole ricondurre la complessità dell’esperienza e del funzionamento del corpo e della mente umana in categorie discrete, limitanti e semplicistiche.
Questa dicotomia si riflette anche su di noi, sui nostri corpi dissidenti e non conformi, sulle nostre vite che vogliono autodeterminarsi al di fuori del binarismo di sesso e genere.
Il nostro bisogno di accedere a servizi e cure specialistiche viene ancora oggi strumentalizzato.
Il fine ultimo è quello di collocare forzatamente la nostra esperienza e i nostri vissuti, in quanto persone transgender, in una dimensione patologizzante.
Questa prospettiva inquina e compromette la nostra relazione con il sistema sanitario e lx professionistx della salute nel nostro Paese.
Dobbiamo confrontarci con professionistx con cui dovremmo avere una relazione terapeutica paritaria, invece, questa relazione di (in)curia, si rivela ancora troppo spesso gerarchica e autoritaria.
Dobbiamo continuamente dare prova di noi stessx e dell'autenticità delle nostre intenzioni per poter accedere ai servizi di cui abbiamo bisogno.
Dobbiamo confrontarci con un sistema sanitario e professionistx della salute che pensano di poter stabilire a priori le nostre esigenze, di poter standardizzare ed uniformare i nostri percorsi di affermazione di genere che invece sono unici ed irripetibili.
Dobbiamo lottare quotidianamente contro gli innumerevoli tentativi di ricondurre i nostri vissuti ed esperienze all’interno di quella stessa ottica binaria sesso-genere dalla quale ci chiamiamo fuori.
Dobbiamo ancora troppo spesso rinunciare alle cure mediche di cui abbiamo bisogno perché ancora troppx professionistx della salute, nel nostro Paese, non sanno come trattare dignitosamente, col rispetto dovuto e con professionalità, le persone trans.
Abbiamo deciso di non subire più, per noi stessx e per la nostra comunità, e di opporci a questo stato di incuria profonda e radicata.
Vogliamo una nuova idea di cura che muova i suoi primi passi dalla messa in discussione di quei saperi intrisi di patriarcato e colonialismo che ci vengono trasmessi all’interno di università che si sono costruite sul modello del maschio bianco, abile, magro, monogamo, perisex, cisgender ed eterosessuale.
Vogliamo che questa nuova idea di cura superi logiche gerarchiche di potere, di presunta superiorità e autorevolezza per costruirsi sul principio dell’orizzontalità e della reciprocità.
Vogliamo che le relazioni di cura diventino delle alleanze che permettano ad ogni singola persona la sua piena autoderminazione.
Vogliamo che le relazioni di cura si costruiscano a partire dai principi dell’autocritica, dell’ascolto reciproco e della comunicazione assertiva.
Vogliamo liberarci di quell’aura di decoro ed elitarietà che dovrebbe rivestire lx professionistx della salute e ripensare i nostri ruoli non più in ottica paternalista e capitalista, ma finalmente queer.
Vogliamo continuare a metterci in discussione con voi e per voi nell’ottica di mettere effettivamente al centro le persone e il loro benessere.
Confidiamo che ripensare la cura e le relazioni di cura in questi termini ci possa dare la possibilità di offrire quello che noi in primis abbiamo cercato per noi stessx e che oggi desideriamo per la nostra comunità.
Una concezione, ancora una volta, binaria che vuole ricondurre la complessità dell’esperienza e del funzionamento del corpo e della mente umana in categorie discrete, limitanti e semplicistiche.
Questa dicotomia si riflette anche su di noi, sui nostri corpi dissidenti e non conformi, sulle nostre vite che vogliono autodeterminarsi al di fuori del binarismo di sesso e genere.
Il nostro bisogno di accedere a servizi e cure specialistiche viene ancora oggi strumentalizzato.
Il fine ultimo è quello di collocare forzatamente la nostra esperienza e i nostri vissuti, in quanto persone transgender, in una dimensione patologizzante.
Questa prospettiva inquina e compromette la nostra relazione con il sistema sanitario e lx professionistx della salute nel nostro Paese.
Dobbiamo confrontarci con professionistx con cui dovremmo avere una relazione terapeutica paritaria, invece, questa relazione di (in)curia, si rivela ancora troppo spesso gerarchica e autoritaria.
Dobbiamo continuamente dare prova di noi stessx e dell'autenticità delle nostre intenzioni per poter accedere ai servizi di cui abbiamo bisogno.
Dobbiamo confrontarci con un sistema sanitario e professionistx della salute che pensano di poter stabilire a priori le nostre esigenze, di poter standardizzare ed uniformare i nostri percorsi di affermazione di genere che invece sono unici ed irripetibili.
Dobbiamo lottare quotidianamente contro gli innumerevoli tentativi di ricondurre i nostri vissuti ed esperienze all’interno di quella stessa ottica binaria sesso-genere dalla quale ci chiamiamo fuori.
Dobbiamo ancora troppo spesso rinunciare alle cure mediche di cui abbiamo bisogno perché ancora troppx professionistx della salute, nel nostro Paese, non sanno come trattare dignitosamente, col rispetto dovuto e con professionalità, le persone trans.
Abbiamo deciso di non subire più, per noi stessx e per la nostra comunità, e di opporci a questo stato di incuria profonda e radicata.
Vogliamo una nuova idea di cura che muova i suoi primi passi dalla messa in discussione di quei saperi intrisi di patriarcato e colonialismo che ci vengono trasmessi all’interno di università che si sono costruite sul modello del maschio bianco, abile, magro, monogamo, perisex, cisgender ed eterosessuale.
Vogliamo che questa nuova idea di cura superi logiche gerarchiche di potere, di presunta superiorità e autorevolezza per costruirsi sul principio dell’orizzontalità e della reciprocità.
Vogliamo che le relazioni di cura diventino delle alleanze che permettano ad ogni singola persona la sua piena autoderminazione.
Vogliamo che le relazioni di cura si costruiscano a partire dai principi dell’autocritica, dell’ascolto reciproco e della comunicazione assertiva.
Vogliamo liberarci di quell’aura di decoro ed elitarietà che dovrebbe rivestire lx professionistx della salute e ripensare i nostri ruoli non più in ottica paternalista e capitalista, ma finalmente queer.
Vogliamo continuare a metterci in discussione con voi e per voi nell’ottica di mettere effettivamente al centro le persone e il loro benessere.
Confidiamo che ripensare la cura e le relazioni di cura in questi termini ci possa dare la possibilità di offrire quello che noi in primis abbiamo cercato per noi stessx e che oggi desideriamo per la nostra comunità.
GIURISPRUDENZA: Da correggere è il sistema, non le nostre identità
Nel nostro sistema giuridico, la possibilità di cambiare il nostro genere e il nostro nome sui documenti anagrafici viene chiamata “rettificazione di genere”, come se le nostre identità fossero questioni da correggere. L’unica cosa da correggere è un sistema legale che ci vuole gestibilɜ e gestitɜ in categorie chiuse e binarie, che ci obbliga fin da quando nasciamo a vivere come la categoria (totalmente arbitraria) che ci è stata assegnata alla nascita!
Questo sistema ci obbliga a chiedere il permesso per disporre del nostro corpo, a supplicare davanti ai tribunali (che non ci conoscono, o peggio ancora hanno una visione distorta e patologizzante delle nostre identità) di poter cambiare il nostro nome e i nostri documenti.
Anche quando ci concedono di farlo, il sistema ci vuole far rientrare forzatamente nelle categorie binarie. Dal parlamento ai tribunali, il sistema non è stato pensato per tutelare le persone trans* e non binarie, bensì per tutelare “il buon costume” e la “normalità” della società eterocisnormata, neurotipica, occidentale e bianca.
La procedura dettata dalla legge sulla “rettificazione” di genere non viene utilizzata per affermare, anche a livello giuridico, la nostra identità bensì per dividerci in ordinate file di M e F, obbligarci ad operazioni non necessarie e percorsi psicologici patologizzanti, ma le nostre esistenze non sono riducibili a una spunta su una lettera piuttosto che su un'altra.
In questo senso, non vogliamo essere noi a doverci adattare al sistema giuridico, vogliamo immaginare un sistema che sia fatto per noi!
Il panorama giuridico è, per la maggior parte della popolazione, incomprensibile: il sistema legale è sempre più chiuso in se stesso e fatica a comunicare con il mondo esterno.
Il sistema giuridico che vorremmo è totalmente diverso: dovrebbe essere uno strumento per tutelare le persone e per migliorare la loro esistenza, non un circolo classista in cui le informazioni vengono tenute sotto chiave e l’accesso ad aule e tribunali è ristretto a pochɜ.
La nostra idea di supporto legale parte innanzitutto dalla informazione legale, perché la conoscenza è uno strumento essenziale per tutelarsi.
Facendo rete tra professionistɜ dell’ambiente legale, vogliamo dare alle persone che si rivolgono a noi la possibilità di autodeterminarsi, di prendere scelte consapevoli e di realizzare la propria euforia di genere!
Questo sistema ci obbliga a chiedere il permesso per disporre del nostro corpo, a supplicare davanti ai tribunali (che non ci conoscono, o peggio ancora hanno una visione distorta e patologizzante delle nostre identità) di poter cambiare il nostro nome e i nostri documenti.
Anche quando ci concedono di farlo, il sistema ci vuole far rientrare forzatamente nelle categorie binarie. Dal parlamento ai tribunali, il sistema non è stato pensato per tutelare le persone trans* e non binarie, bensì per tutelare “il buon costume” e la “normalità” della società eterocisnormata, neurotipica, occidentale e bianca.
La procedura dettata dalla legge sulla “rettificazione” di genere non viene utilizzata per affermare, anche a livello giuridico, la nostra identità bensì per dividerci in ordinate file di M e F, obbligarci ad operazioni non necessarie e percorsi psicologici patologizzanti, ma le nostre esistenze non sono riducibili a una spunta su una lettera piuttosto che su un'altra.
In questo senso, non vogliamo essere noi a doverci adattare al sistema giuridico, vogliamo immaginare un sistema che sia fatto per noi!
Il panorama giuridico è, per la maggior parte della popolazione, incomprensibile: il sistema legale è sempre più chiuso in se stesso e fatica a comunicare con il mondo esterno.
Il sistema giuridico che vorremmo è totalmente diverso: dovrebbe essere uno strumento per tutelare le persone e per migliorare la loro esistenza, non un circolo classista in cui le informazioni vengono tenute sotto chiave e l’accesso ad aule e tribunali è ristretto a pochɜ.
La nostra idea di supporto legale parte innanzitutto dalla informazione legale, perché la conoscenza è uno strumento essenziale per tutelarsi.
Facendo rete tra professionistɜ dell’ambiente legale, vogliamo dare alle persone che si rivolgono a noi la possibilità di autodeterminarsi, di prendere scelte consapevoli e di realizzare la propria euforia di genere!
AMBIENTALISMO: (R)Esistiamo con cura verso la Terra e le sue forme di vita
Sentiamo la nostra esistenza come persone Queer intimamente connessa alla Terra e con le nostre relazioni di cura vogliamo superare quelle dinamiche di potere gerarchiche che determinano il rapporto tra l’essere umanə e le altre specie viventз, animalз e non animalз.
Le forme di oppressione che subiamo quotidianamente hanno origine da un sistema di disuguaglianze che agisce a livello sociale, culturale, economico e politico. Riconosciamo che questo stesso sistema è anche alla base delle dinamiche di potere che l’essere umanə esercita sulla natura e che la violenza che esercitiamo su quest’ultima si costruisce sull’idea della nostra presunta superiorità e dello sfruttamento dell’altrə a nostro vantaggio. Questa credenza crea una divisione netta tra una minoranza, che possiede il potere e le ricchezze, e tutto ciò che è altro e dovrebbe passivamente subire questo stesso esercizio del potere violento ed egoista.
All’interno di tale contesto, l’essere umanə ha fatto di una parte del mondo e delle persone che la abitano, terreno fertile per le sue logiche colonialiste e capitaliste, sfruttando e condizionando le risorse ambientali di questi luoghi. Queste dinamiche, prive di trasparenza e quindi molto difficili da ricostruire, si concretizzano in diverse forme: dallo sfruttamento delle risorse naturali che fa di queste zone enormi siti di estrazione per i bisogni dell'occidente, alla perpetuazione di quelle dinamiche che contribuiscono a mantenere un divario tra il Sud e il Nord del mondo funzionale alla verticalità e alla gerarchia di poteri tra nazioni. In questo scenario le nazioni in posizione di svantaggio economico e politico continuano a pagare il loro tributo, in termini di risorse ambientali e umane, mentre i vecchi colonizzatori continuano ad esercitare il loro controllo, con l’obiettivo di conservare il proprio privilegio.
Questo processo radicatosi nel corso della nostra storia è tuttora in atto, seppure in forma più subdola e mascherata rispetto all’evidenza del nostro passato colonizzatore. Fallisce quindi il concetto di diritto umano nella sua pretesa di universalità e di tutela della persona di fronte al perpetuarsi dello sfruttamento di alcunə essere umanə su altrə.
L’istinto e le logiche colonialiste non si esauriranno finché non avverrà un processo collettivo di problematizzazione e una conseguente presa di coscienza della propria storia coloniale e delle conseguenze ancora drammaticamente attuali.
Muovendo da queste premesse denunciamo le conseguenze estreme che esse hanno contribuito a creare, le quali confluiscono nella profonda crisi ambientale e climatica che sta vivendo il nostro pianeta.
Tale crisi si concretizza in diversi modi: nelle attuali logiche di produzione agricola che, per inseguire la massimizzazione della produzione e realizzare un principio di benessere irrealistico, poiché basato sull'immediatezza e assoluta disponibilità di ogni risorsa, hanno limitato la varietà delle colture e non ne rispettano i naturali cicli vitali. Nell’allevamento intensivo, che per perseguire lo stesso principio di benessere, ha profondamente deturpato e trasformato vaste aree delle nostra Terra e contribuito in maniera significativa all'inquinamento ambientale, minando così la biodiversità del nostro pianeta e minacciando, fino a compromettere del tutto in alcuni casi, la sopravvivenza delle altre specie viventi la cui esistenza è profondamente legata alla persistenza e tutela di quella stessa biodiversità. Nei massivi processi di urbanizzazione, che hanno portato ad un’estensione arbitraria e smisurata degli spazi abitati e sfruttati dall’essere umano, sono stati sottratti spazi di esistenza ad altre specie viventi contribuendo, con i modi di esistere e funzionare propri delle città, all’inquinamento del nostro pianeta. Non possiamo infine tacere sulle violenze che hanno colpito, e continuano a colpire, le popolazioni indigene che cercano di resistere alle logiche capitaliste e colonialiste e difendere proteggere le proprie terre, la biodiversità che le caratterizza e tutte le specie viventi che ne beneficiano e prosperano grazie a questo modo di esistere, che nella reciproca cura e rispetto, trova la sua essenza.
Riconosciamo che questi effetti rappresentano una delle minacce più gravi per il pianeta Terra e tutte le forme di vita che lo abitano.
Il riscaldamento globale che stiamo vivendo è la conseguenza degli scellerati ed egoisti processi di produzione dell’uomo come ad esempio l’utilizzo di combustibili fossili quali petrolio e carbone, la deforestazione, l’allevamento e l’agricoltura intensivi.
Gli eventi atmosferici estremi che stiamo vivendo non sono in realtà l’ultimo atto di questa crisi climatica ma solo una delle fasi di un processo che è diventato rapidamente irreversibile, poiché ancora oggi di fatto non c’è stata una presa di coscienza della sua urgenza e un impegno trasversale per affrontarla. Impegno che non può prescindere dalla messa in discussione del proprio ruolo e della propria responsabilità come esserə umanə nelle dinamiche che hanno portato a questa crisi climatica.
In questa fase storica sarebbe auspicabile un impegno collettivo, ma quello a cui assistiamo ancora una volta è che la necessità di un’istanza collettiva sia evidente solo a quelle soggettività che riescono, in virtù della propria posizione di marginalità e/o privilegio, a rintracciare le dinamiche di potere che agiscono all’interno della società e a riconoscere lucidamente le responsabilità che determinano questa crisi. Parallelamente chi detiene il controllo dei mezzi di produzione e delle ricchezze, quindi il potere di essere incisivo rispetto a quanto è in atto, persevera proprio nelle stesse dinamiche che hanno condotto a questa crisi climatica cercando di dissimulare i propri reali intenti e azioni dietro un vuoto concetto di sostenibilità ambientale. Di fronte all’impossibilità di una presa di coscienza e di una risoluzione collettiva si acuiscono anche i sentimenti di frustrazione e impotenza, con il rischio di accentuare il peso della responsabilità dei singoli rispetto a quella di chi il potere lo detiene ed è direttamente responsabile della situazione che stiamo vivendo.
Riteniamo che la messa in discussione collettiva del controllo degli attuali mezzi di produzione delle ricchezze, delle costruzioni e condizioni sociali che esso produce, sia profondamente necessario. Auspichiamo inoltre che questo processo, che si costruisce e muove i suoi passi dal basso, investa in maniera sostanziale proprio coloro che al momento detengono questi mezzi e queste ricchezze e che di conseguenza hanno le più dirette responsabilità rispetto alla crisi ambientale e climatica in atto.
Auspichiamo un sistema politico, sociale, culturale ed economico costruito sul benessere di tutte le essere umanə, di tutte le forme di vita e del nostro pianeta, anziché sullo sfruttamento sistematico di risorse e specie viventi per massimizzare i profitti di pochi. Un sistema strutturato su politiche e leggi che risignifichiano il concetto di sistema di produzione mettendo al centro il principio di convivenza, in un’ottica di cura reciproca, tra le diverse forme di vita che abitano il nostro pianeta e tra queste e la Terra stessa, superando la pretesa umana di prevalsa e superiorità e il concetto capitalista di produttività esasperata. Ci auguriamo che questo si potrà realizzare attraverso la promozione di produzioni locali e localizzate che garantiscono consumi ridotti, gestione dei rifiuti e consumi, rallentando i ritmi di produzione, cercando di allungare il più possibile il ciclo vitale di ciò che utilizziamo quotidianamente, investendo in pratiche più sostenibili, riducendo gli sprechi e iniziando a pensare alla sostenibilità non come un privilegio, ma come uno dei principi fondanti del nostro modo di esistere e del nostro abitare la Terra.
Come Hubsoleto non vogliamo e non possiamo restare indifferentз e vogliamo fare la nostra parte nel fronteggiare l’attuale crisi ambientale e climatica riducendo il nostro impatto ambientale. Da una parte praticamente, orientando le nostre scelte affinchè possano supportare una transizione sociale ed ecologica, e dall’altra, provando a costruire collettivamente nuove modalità di esistenza e di (r)esistenza che permettano una convivenza armonica tra tutt e di avere collettivamente cura dell’inestimabile ricchezza del patrimonio di biodiversità della nostra Terra così gravemente minacciato/messo in pericolo dalle attività dell esserə umanə.
Le forme di oppressione che subiamo quotidianamente hanno origine da un sistema di disuguaglianze che agisce a livello sociale, culturale, economico e politico. Riconosciamo che questo stesso sistema è anche alla base delle dinamiche di potere che l’essere umanə esercita sulla natura e che la violenza che esercitiamo su quest’ultima si costruisce sull’idea della nostra presunta superiorità e dello sfruttamento dell’altrə a nostro vantaggio. Questa credenza crea una divisione netta tra una minoranza, che possiede il potere e le ricchezze, e tutto ciò che è altro e dovrebbe passivamente subire questo stesso esercizio del potere violento ed egoista.
All’interno di tale contesto, l’essere umanə ha fatto di una parte del mondo e delle persone che la abitano, terreno fertile per le sue logiche colonialiste e capitaliste, sfruttando e condizionando le risorse ambientali di questi luoghi. Queste dinamiche, prive di trasparenza e quindi molto difficili da ricostruire, si concretizzano in diverse forme: dallo sfruttamento delle risorse naturali che fa di queste zone enormi siti di estrazione per i bisogni dell'occidente, alla perpetuazione di quelle dinamiche che contribuiscono a mantenere un divario tra il Sud e il Nord del mondo funzionale alla verticalità e alla gerarchia di poteri tra nazioni. In questo scenario le nazioni in posizione di svantaggio economico e politico continuano a pagare il loro tributo, in termini di risorse ambientali e umane, mentre i vecchi colonizzatori continuano ad esercitare il loro controllo, con l’obiettivo di conservare il proprio privilegio.
Questo processo radicatosi nel corso della nostra storia è tuttora in atto, seppure in forma più subdola e mascherata rispetto all’evidenza del nostro passato colonizzatore. Fallisce quindi il concetto di diritto umano nella sua pretesa di universalità e di tutela della persona di fronte al perpetuarsi dello sfruttamento di alcunə essere umanə su altrə.
L’istinto e le logiche colonialiste non si esauriranno finché non avverrà un processo collettivo di problematizzazione e una conseguente presa di coscienza della propria storia coloniale e delle conseguenze ancora drammaticamente attuali.
Muovendo da queste premesse denunciamo le conseguenze estreme che esse hanno contribuito a creare, le quali confluiscono nella profonda crisi ambientale e climatica che sta vivendo il nostro pianeta.
Tale crisi si concretizza in diversi modi: nelle attuali logiche di produzione agricola che, per inseguire la massimizzazione della produzione e realizzare un principio di benessere irrealistico, poiché basato sull'immediatezza e assoluta disponibilità di ogni risorsa, hanno limitato la varietà delle colture e non ne rispettano i naturali cicli vitali. Nell’allevamento intensivo, che per perseguire lo stesso principio di benessere, ha profondamente deturpato e trasformato vaste aree delle nostra Terra e contribuito in maniera significativa all'inquinamento ambientale, minando così la biodiversità del nostro pianeta e minacciando, fino a compromettere del tutto in alcuni casi, la sopravvivenza delle altre specie viventi la cui esistenza è profondamente legata alla persistenza e tutela di quella stessa biodiversità. Nei massivi processi di urbanizzazione, che hanno portato ad un’estensione arbitraria e smisurata degli spazi abitati e sfruttati dall’essere umano, sono stati sottratti spazi di esistenza ad altre specie viventi contribuendo, con i modi di esistere e funzionare propri delle città, all’inquinamento del nostro pianeta. Non possiamo infine tacere sulle violenze che hanno colpito, e continuano a colpire, le popolazioni indigene che cercano di resistere alle logiche capitaliste e colonialiste e difendere proteggere le proprie terre, la biodiversità che le caratterizza e tutte le specie viventi che ne beneficiano e prosperano grazie a questo modo di esistere, che nella reciproca cura e rispetto, trova la sua essenza.
Riconosciamo che questi effetti rappresentano una delle minacce più gravi per il pianeta Terra e tutte le forme di vita che lo abitano.
Il riscaldamento globale che stiamo vivendo è la conseguenza degli scellerati ed egoisti processi di produzione dell’uomo come ad esempio l’utilizzo di combustibili fossili quali petrolio e carbone, la deforestazione, l’allevamento e l’agricoltura intensivi.
Gli eventi atmosferici estremi che stiamo vivendo non sono in realtà l’ultimo atto di questa crisi climatica ma solo una delle fasi di un processo che è diventato rapidamente irreversibile, poiché ancora oggi di fatto non c’è stata una presa di coscienza della sua urgenza e un impegno trasversale per affrontarla. Impegno che non può prescindere dalla messa in discussione del proprio ruolo e della propria responsabilità come esserə umanə nelle dinamiche che hanno portato a questa crisi climatica.
In questa fase storica sarebbe auspicabile un impegno collettivo, ma quello a cui assistiamo ancora una volta è che la necessità di un’istanza collettiva sia evidente solo a quelle soggettività che riescono, in virtù della propria posizione di marginalità e/o privilegio, a rintracciare le dinamiche di potere che agiscono all’interno della società e a riconoscere lucidamente le responsabilità che determinano questa crisi. Parallelamente chi detiene il controllo dei mezzi di produzione e delle ricchezze, quindi il potere di essere incisivo rispetto a quanto è in atto, persevera proprio nelle stesse dinamiche che hanno condotto a questa crisi climatica cercando di dissimulare i propri reali intenti e azioni dietro un vuoto concetto di sostenibilità ambientale. Di fronte all’impossibilità di una presa di coscienza e di una risoluzione collettiva si acuiscono anche i sentimenti di frustrazione e impotenza, con il rischio di accentuare il peso della responsabilità dei singoli rispetto a quella di chi il potere lo detiene ed è direttamente responsabile della situazione che stiamo vivendo.
Riteniamo che la messa in discussione collettiva del controllo degli attuali mezzi di produzione delle ricchezze, delle costruzioni e condizioni sociali che esso produce, sia profondamente necessario. Auspichiamo inoltre che questo processo, che si costruisce e muove i suoi passi dal basso, investa in maniera sostanziale proprio coloro che al momento detengono questi mezzi e queste ricchezze e che di conseguenza hanno le più dirette responsabilità rispetto alla crisi ambientale e climatica in atto.
Auspichiamo un sistema politico, sociale, culturale ed economico costruito sul benessere di tutte le essere umanə, di tutte le forme di vita e del nostro pianeta, anziché sullo sfruttamento sistematico di risorse e specie viventi per massimizzare i profitti di pochi. Un sistema strutturato su politiche e leggi che risignifichiano il concetto di sistema di produzione mettendo al centro il principio di convivenza, in un’ottica di cura reciproca, tra le diverse forme di vita che abitano il nostro pianeta e tra queste e la Terra stessa, superando la pretesa umana di prevalsa e superiorità e il concetto capitalista di produttività esasperata. Ci auguriamo che questo si potrà realizzare attraverso la promozione di produzioni locali e localizzate che garantiscono consumi ridotti, gestione dei rifiuti e consumi, rallentando i ritmi di produzione, cercando di allungare il più possibile il ciclo vitale di ciò che utilizziamo quotidianamente, investendo in pratiche più sostenibili, riducendo gli sprechi e iniziando a pensare alla sostenibilità non come un privilegio, ma come uno dei principi fondanti del nostro modo di esistere e del nostro abitare la Terra.
Come Hubsoleto non vogliamo e non possiamo restare indifferentз e vogliamo fare la nostra parte nel fronteggiare l’attuale crisi ambientale e climatica riducendo il nostro impatto ambientale. Da una parte praticamente, orientando le nostre scelte affinchè possano supportare una transizione sociale ed ecologica, e dall’altra, provando a costruire collettivamente nuove modalità di esistenza e di (r)esistenza che permettano una convivenza armonica tra tutt e di avere collettivamente cura dell’inestimabile ricchezza del patrimonio di biodiversità della nostra Terra così gravemente minacciato/messo in pericolo dalle attività dell esserə umanə.
OMOLESBOBItransiNTERAFOBIA + FINE VITA: Niente odio, niente giudizi, niente “normalità”...anche nella morte
Ripudiamo ogni forma di omolesbobitransinterafobia e ci impegnano attivamente per combatterla nella società e nelle persone intorno a noi, attivandoci per formare ed informare le persone su questioni queer.*
Nessunx merita di sentirsi dire che i sentimenti che prova, le sensazioni e le proprie esperienze di vita sono false o, ancora peggio, sintomo di una malattia o disfunzione, come spesso ci sentiamo dire dall’esterno.
Non ammettiamo nei nostri spazi commenti di nessun tipo che cerchino di colpevolizzare le persone per la loro sola esistenza, specialmente non da parte di professionistx di diversi settori, dallx qualx ci si reca per avere un servizio specifico e professionale che ci si aspetta sia privo di giudizi. Non esiste alcun tipo di “normalità”, né regole da seguire, né un aspetto da conformare per definirsi e autodeterminarsi. Per questo motivo non sarà ammessa la trasgressione di questo principio fondamentale che teniamo tanto a sottolineare.
*Abbiamo deciso di adottare questa dicitura perché in uso comune, ma ci allontaniamo dal suffisso -fobia, che nasconde la matrice sistemica, equiparandola a una responsabilità solo individuale e personale.
TW: menzioni di argomenti riguardanti la morte
Il rispetto non termina con l’esistenza delle persone, anzi, è proprio quando queste non sono nella stanza insieme a noi che meritano e necessitano ancora più rispetto e dignità. L’utilizzo dei pronomi corretti, del nome elettivo e di un linguaggio rispettoso non è un atto performativo che va messo in atto solo davanti a persone della comunità. È un atto di rispetto che va portato avanti in quanto si riconosce la persona nella propria autodeterminazione. Noi di Hubsoleto crediamo fermamente in questo e ci impegniamo a lottare per il rispetto di tutte le persone, anche dopo la loro scomparsa. Al momento il nostro piano di azione è quello di agire sull’educazione per le famiglie e lx professionistx attuali e futurx, per assicurarci che le persone trans mantengano la propria dignità anche dopo la morte.
Nessunx merita di sentirsi dire che i sentimenti che prova, le sensazioni e le proprie esperienze di vita sono false o, ancora peggio, sintomo di una malattia o disfunzione, come spesso ci sentiamo dire dall’esterno.
Non ammettiamo nei nostri spazi commenti di nessun tipo che cerchino di colpevolizzare le persone per la loro sola esistenza, specialmente non da parte di professionistx di diversi settori, dallx qualx ci si reca per avere un servizio specifico e professionale che ci si aspetta sia privo di giudizi. Non esiste alcun tipo di “normalità”, né regole da seguire, né un aspetto da conformare per definirsi e autodeterminarsi. Per questo motivo non sarà ammessa la trasgressione di questo principio fondamentale che teniamo tanto a sottolineare.
*Abbiamo deciso di adottare questa dicitura perché in uso comune, ma ci allontaniamo dal suffisso -fobia, che nasconde la matrice sistemica, equiparandola a una responsabilità solo individuale e personale.
TW: menzioni di argomenti riguardanti la morte
Il rispetto non termina con l’esistenza delle persone, anzi, è proprio quando queste non sono nella stanza insieme a noi che meritano e necessitano ancora più rispetto e dignità. L’utilizzo dei pronomi corretti, del nome elettivo e di un linguaggio rispettoso non è un atto performativo che va messo in atto solo davanti a persone della comunità. È un atto di rispetto che va portato avanti in quanto si riconosce la persona nella propria autodeterminazione. Noi di Hubsoleto crediamo fermamente in questo e ci impegniamo a lottare per il rispetto di tutte le persone, anche dopo la loro scomparsa. Al momento il nostro piano di azione è quello di agire sull’educazione per le famiglie e lx professionistx attuali e futurx, per assicurarci che le persone trans mantengano la propria dignità anche dopo la morte.
ANTIVIOLENZA: Esercitiamo l’antiviolenza come una pratica attiva e intenzionale
Come persone trans*, riconosciamo di poter essere bersaglio di violenze tanto più di come possono esserlo le persone cis. Moltx di noi hanno vissuto in contesti di abuso e di violenza, subendo traumatizzazioni che ci hanno reso sensibili ad essere vulnerabili in nuove situazioni di pericolo. L’essere statx immersx nel corso della nostra crescita in un sistema coloniale e ciseteropatriarcale, espostx alle forme di violenza utilizzate dalle forze oppressive di tale sistema, fa sì che anche noi potremmo oggi non aver ancora disimparato a disinnescare in noi la possibilità di agire comportamenti che sono violenti, e/o non aver ancora appreso come rispondervi.
Condanniamo le violenze cumulative psicologiche e fisiche che abbiamo dovuto subire tra le mura domestiche, dalle nostre famiglie di origine, negli spazi pubblici come la scuola e per le strade. Condanniamo la scarsità e l’ inappropriatezza dell’ educazione sessuale che abbiamo ricevuto in quanto avevamo diritto di imparare come relazionarci in sicurezza e come dare valore a ciò che sentiamo e che vogliamo per le nostre esistenze.
L’essere statx nella nostra storia di vita continuamente bersaglio di odio, fa sì che potremmo, nel nostro presente, tollerare violenze subite, in quanto corpi che sopravvivono – non corpi che si sentono, non corpi che sapendosi sentire possono vivere. Possiamo avere difficoltà ad identificare delle dinamiche relazionali come abusi di potere sulle nostre vite. Possiamo sentici impotenti quando qualcunx ci sta facendo del male.
D’altra parte proprio perché non sappiamo come processare le emozioni del nostro corpo, per accoglierle ed utilizzarle come strumenti utili e costruttivi di cambiamento, potremmo nelle nostre interazioni sociali, con i nostri affetti, (re)agire con odio, divenendo noi feritorx a nostra volta. Talvolta, proprio perché necessitiamo di rivalsa, in quanto soggettx oppressx, non ci assumiamo la responsabilità dell’impatto che nostri giudizi ed azioni potrebbero avere sull’altrx.
Sottolineiamo che la violenza non risieda nella sola aggressione fisica, ma che si manifesti anche all’interno delle dinamiche relazionali che prescindono l’identità di genere, l’orientamento romantico e sessuale, lo stile relazionale, delle persone coinvolte. Come persone queer e trans* ci riconosciamo come soggettx che nelle relazioni interpersonali potrebbero far sentire l’altrx feritx e che, data la consapevolezza di questa possibilità, sono apertx a mettere in discussione sé stessx e a trasformarsi, attraverso pratiche di cura individuali e collettive. Pensando ai modi in cui abbiamo potuto ferirci, la cura reciproca è pratica di protezione.
Violenza è disprezzo, sopraffazione, incuria, di un altrx che non ha acconsentito ad essere controllatx e dominatx. Se dagli spazi sicuri che ricerchiamo – che costruiamo – che attraversiamo ci aspettiamo di essere protettx “a priori” e che il conflitto non si presenterà (una sicurezza già data), invece è necessario immaginare che il conflitto potrebbe sempre presentarsi ed essere gestito come dispositivo di confronto. Pertanto, è importante sentire una responsabilità alla cura e una sensibilità di ascolto (sia interiore che gruppale) che fanno mantenere delle condizioni più sicure e più coraggiose tra le persone, che stimolano lo scambio di elaborazioni su pensieri (e modi di funzionare) sia comuni che divergenti. In questi termini, potenziamo la nostra capacità di riconoscere - e muoverci in - circostanze di rischio interpersonale - e creiamo possibilità di poter essere autenticx e di poterci sentire al sicuro nelle nostre relazioni.
Intendiamo guardarci dentro, ciascunx di noi, per far sì di non replicare modelli di comportamento che non vedono l’altrx. Per noi cura è la volontà pensata di riconoscere i nostri vissuti emotivi (in quanto corpi) e sentire i nostri bisogni, cercando di osservarli senza giudizio, ed esprimerli per poter determinare con agentività nuove rivoluzioni.
Condanniamo le violenze cumulative psicologiche e fisiche che abbiamo dovuto subire tra le mura domestiche, dalle nostre famiglie di origine, negli spazi pubblici come la scuola e per le strade. Condanniamo la scarsità e l’ inappropriatezza dell’ educazione sessuale che abbiamo ricevuto in quanto avevamo diritto di imparare come relazionarci in sicurezza e come dare valore a ciò che sentiamo e che vogliamo per le nostre esistenze.
L’essere statx nella nostra storia di vita continuamente bersaglio di odio, fa sì che potremmo, nel nostro presente, tollerare violenze subite, in quanto corpi che sopravvivono – non corpi che si sentono, non corpi che sapendosi sentire possono vivere. Possiamo avere difficoltà ad identificare delle dinamiche relazionali come abusi di potere sulle nostre vite. Possiamo sentici impotenti quando qualcunx ci sta facendo del male.
D’altra parte proprio perché non sappiamo come processare le emozioni del nostro corpo, per accoglierle ed utilizzarle come strumenti utili e costruttivi di cambiamento, potremmo nelle nostre interazioni sociali, con i nostri affetti, (re)agire con odio, divenendo noi feritorx a nostra volta. Talvolta, proprio perché necessitiamo di rivalsa, in quanto soggettx oppressx, non ci assumiamo la responsabilità dell’impatto che nostri giudizi ed azioni potrebbero avere sull’altrx.
Sottolineiamo che la violenza non risieda nella sola aggressione fisica, ma che si manifesti anche all’interno delle dinamiche relazionali che prescindono l’identità di genere, l’orientamento romantico e sessuale, lo stile relazionale, delle persone coinvolte. Come persone queer e trans* ci riconosciamo come soggettx che nelle relazioni interpersonali potrebbero far sentire l’altrx feritx e che, data la consapevolezza di questa possibilità, sono apertx a mettere in discussione sé stessx e a trasformarsi, attraverso pratiche di cura individuali e collettive. Pensando ai modi in cui abbiamo potuto ferirci, la cura reciproca è pratica di protezione.
Violenza è disprezzo, sopraffazione, incuria, di un altrx che non ha acconsentito ad essere controllatx e dominatx. Se dagli spazi sicuri che ricerchiamo – che costruiamo – che attraversiamo ci aspettiamo di essere protettx “a priori” e che il conflitto non si presenterà (una sicurezza già data), invece è necessario immaginare che il conflitto potrebbe sempre presentarsi ed essere gestito come dispositivo di confronto. Pertanto, è importante sentire una responsabilità alla cura e una sensibilità di ascolto (sia interiore che gruppale) che fanno mantenere delle condizioni più sicure e più coraggiose tra le persone, che stimolano lo scambio di elaborazioni su pensieri (e modi di funzionare) sia comuni che divergenti. In questi termini, potenziamo la nostra capacità di riconoscere - e muoverci in - circostanze di rischio interpersonale - e creiamo possibilità di poter essere autenticx e di poterci sentire al sicuro nelle nostre relazioni.
Intendiamo guardarci dentro, ciascunx di noi, per far sì di non replicare modelli di comportamento che non vedono l’altrx. Per noi cura è la volontà pensata di riconoscere i nostri vissuti emotivi (in quanto corpi) e sentire i nostri bisogni, cercando di osservarli senza giudizio, ed esprimerli per poter determinare con agentività nuove rivoluzioni.
OCCUPAZIONE TRANS e LAVORO: Siamo trans* e siamo capaci
Come sappiamo, in Italia non esiste alcuna legge che tuteli da discriminazioni le persone sulla base della loro identità di genere. Il report Inclusion4All: Persone trans, intersex e non binarie a lavoro in Italia, pubblicato nel 2022 esprime chiaramente le condizioni delle persone trans* al lavoro e, soprattutto, la ancora enorme mancanza di evidenze soprattutto sulla popolazione non binaria. Per citare alcune dei dati riportati dal report:
- ben il 37% delle persone sondate non ha fatto coming-out sul lavoro;
- il 34% delle persone sondate afferma di essere rimasto in un lavoro che avrebbe preferito lasciare;
- il 55% delle persone sondate ha sentito necessario nascondere all* collegh* di essere trans*, percentuale che si alza notevolmente per le persone non binarie (70%).
In generale, anche altre ricerche menzionate dal report mostrano le discriminazioni vissute dalle persone trans* sia nel cercare lavoro che sul posto di lavoro una volta trovato. Non esistono, inoltre, servizi nazionali deputati al sostegno di noi persone trans* in questi percorsi, solamente le associazioni specifiche forniscono sportelli per orientamento e sostegno nella ricerca di lavoro.
All’interno di Hubsoleto la nostra volontà è duplice: rivendicare spazio per l* professionist* trans* e attivarci affinché le condizioni delle persone trans* al lavoro siano pari a quelle di qualsiasi persona cis. In una società in cui il mito della realizzazione tramite il lavoro domina le narrative e in cui, paradossalmente, la povertà salariale e le difficoltà economiche si diffondono a macchia d’olio obbligandoci a lavorare per fare comunque fatica a vivere, noi di Hubsoleto rivendichiamo la necessità di spazi attraversabili senza essere costrett* a censurarci o tollerare la violenza dell’ulteriore imposizione della ciseteronormatività.
Come professionist* trans*, ci siamo alleat* per mettere le nostre competenze al servizio della nostra comunità, per mostrare che, a differenza di quanto si possa dire, esistiamo, abbiamo capacità, professionalità, titoli e talenti che non accettiamo ci vengano riconosciuti solo rinunciando alle nostre identità! Pretendiamo che le persone trans* possano muoversi, anche nel lavoro, autodeterminandosi. La transfobia non deve avere più spazio in nessun contesto. Vogliamo avere la possibilità di:
- essere assunt*;
- non vivere nel terrore di un licenziamento o di creare scandalo per ciò che siamo;
- fare coming out come e con chi vogliamo senza conseguenze;
- non essere associat* solo ad alcuni lavori e, allo stesso tempo, non essere discriminat* nel momento in cui scegliamo di fare lavori ancora troppo stigmatizzati, come l* sex workers;
- correggere chi ci misgendera senza temere di essere sgridat* o additat* come “eccessiv*”;
- occupare ogni spazio senza che ci venga richiesto di ringraziare per ciò che ci viene concesso;
- perseguire i nostri obiettivi professionali senza rispondere a stereotipi di genere dai quali lottiamo per liberarci in ogni contesto.
Noi siamo professionist* trans*. Abbiamo diverse attitudini e specializzazioni, come qualsiasi altra persona. Vorremmo un mondo in cui il lavoro non è un obbligo e non è necessario lavorare per sopravvivere. Vorremmo un mondo anticapitalista e in cui le persone abbiano il diritto a vivere senza rischiare povertà, indigenza, burn-out, sfruttamento, morte sul lavoro e altre realtà della nostra ingiusta contemporaneità. Ci batteremo per questo e, intanto, vogliamo almeno poter lavorare senza essere espost* a rischi per la nostra salute mentale e per la nostra vita che derivano direttamente dall’essere persone trans*. Vogliamo essere soggettività libere dalla pietà e dalle concessioni della ciseteronormatività, non oggetti di richieste e permessi ma agenti liberi di muoversi in ogni campo sociale in modo sicuro e scelto autonomamente.
- ben il 37% delle persone sondate non ha fatto coming-out sul lavoro;
- il 34% delle persone sondate afferma di essere rimasto in un lavoro che avrebbe preferito lasciare;
- il 55% delle persone sondate ha sentito necessario nascondere all* collegh* di essere trans*, percentuale che si alza notevolmente per le persone non binarie (70%).
In generale, anche altre ricerche menzionate dal report mostrano le discriminazioni vissute dalle persone trans* sia nel cercare lavoro che sul posto di lavoro una volta trovato. Non esistono, inoltre, servizi nazionali deputati al sostegno di noi persone trans* in questi percorsi, solamente le associazioni specifiche forniscono sportelli per orientamento e sostegno nella ricerca di lavoro.
All’interno di Hubsoleto la nostra volontà è duplice: rivendicare spazio per l* professionist* trans* e attivarci affinché le condizioni delle persone trans* al lavoro siano pari a quelle di qualsiasi persona cis. In una società in cui il mito della realizzazione tramite il lavoro domina le narrative e in cui, paradossalmente, la povertà salariale e le difficoltà economiche si diffondono a macchia d’olio obbligandoci a lavorare per fare comunque fatica a vivere, noi di Hubsoleto rivendichiamo la necessità di spazi attraversabili senza essere costrett* a censurarci o tollerare la violenza dell’ulteriore imposizione della ciseteronormatività.
Come professionist* trans*, ci siamo alleat* per mettere le nostre competenze al servizio della nostra comunità, per mostrare che, a differenza di quanto si possa dire, esistiamo, abbiamo capacità, professionalità, titoli e talenti che non accettiamo ci vengano riconosciuti solo rinunciando alle nostre identità! Pretendiamo che le persone trans* possano muoversi, anche nel lavoro, autodeterminandosi. La transfobia non deve avere più spazio in nessun contesto. Vogliamo avere la possibilità di:
- essere assunt*;
- non vivere nel terrore di un licenziamento o di creare scandalo per ciò che siamo;
- fare coming out come e con chi vogliamo senza conseguenze;
- non essere associat* solo ad alcuni lavori e, allo stesso tempo, non essere discriminat* nel momento in cui scegliamo di fare lavori ancora troppo stigmatizzati, come l* sex workers;
- correggere chi ci misgendera senza temere di essere sgridat* o additat* come “eccessiv*”;
- occupare ogni spazio senza che ci venga richiesto di ringraziare per ciò che ci viene concesso;
- perseguire i nostri obiettivi professionali senza rispondere a stereotipi di genere dai quali lottiamo per liberarci in ogni contesto.
Noi siamo professionist* trans*. Abbiamo diverse attitudini e specializzazioni, come qualsiasi altra persona. Vorremmo un mondo in cui il lavoro non è un obbligo e non è necessario lavorare per sopravvivere. Vorremmo un mondo anticapitalista e in cui le persone abbiano il diritto a vivere senza rischiare povertà, indigenza, burn-out, sfruttamento, morte sul lavoro e altre realtà della nostra ingiusta contemporaneità. Ci batteremo per questo e, intanto, vogliamo almeno poter lavorare senza essere espost* a rischi per la nostra salute mentale e per la nostra vita che derivano direttamente dall’essere persone trans*. Vogliamo essere soggettività libere dalla pietà e dalle concessioni della ciseteronormatività, non oggetti di richieste e permessi ma agenti liberi di muoversi in ogni campo sociale in modo sicuro e scelto autonomamente.
EUFORIA DI GENERE: Riscriviamo il copione: centriamo la gioia e l’euforia nelle nostre avventure di genere
L’immaginario più comune sulle persone trans è quello di persone nate nel corpo sbagliato, che quel corpo lo odiano e lo nascondono, che per la loro identità non possono che soffrire. Non a caso il termine con cui ci definiscono, e con cui ci viene richiesto di definirci, è “disforico/disforica”.
Il concetto di disforia è obsoleto, mette l’accento su qualcosa che manca, che ancora non c’è, verso la quale si necessita di andare.
Crediamo e vogliamo che essere trans non riguardi tanto il sentirsi a disagio nel genere assegnato alla nascita, ma piuttosto quanto possiamo sentirci a nostro agio e liberə nel genere in cui ci identifichiamo.
Non siamo solo e per forza lacrime e rabbia, binder stretti e tucking, vestiti larghi e voci sommesse per non far sentire un suono troppo acuto. Ci riappropriamo di un concetto clinico e parliamo di euforia di genere, che si sprigiona dall’autodeterminazione dell’identità di genere, quell’euforia che è già viva, reale e vibrante in noi e il cui unico desiderio è quello di espandersi.
Vogliamo che la nostra autodeterminazione di genere sia un percorso di euforia:
Vogliamo che la nostra identità sia indipendente dai percorsi istituzionali e che le scelte terapeutiche siano un’opzione di salute e di benessere, e non un obbligo.
Vogliamo la gioia dell’esplorare tutte le nostre sfumature e del creare relazioni autentiche, vogliamo l’euforia di una lotta collettiva, contro un sistema che ci vuole solə.
Il DSM V parla di “marcata incongruenza tra genere esperito e caratteristiche sessuali”; noi parliamo di bisogno di far incontrare il nostro corpo con la nostra immagine interna, farli prendere per mano e portarli in giro per il mondo.
All’imposizione di un “forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali” noi rispondiamo: “Saltellare di gioia quando ci accorgiamo di poter permettere al corpo di fiorire, nel rispetto dell’immagine di sé che abbiamo già dentro di noi”.
Al “forte desiderio di appartenere al genere opposto”, noi gridiamo: “Sentirsi al sicuro nel mondo e pienə di gratitudine quando veniamo riconosciutə pienamente nel nostro genere, indipendentemente dal nostro aspetto”.
Non vogliamo che sia la disforia a definirci, ma l’euforia, e vogliamo essere noi a decidere quale forma essa abbia.
Ci vogliamo liberə, gioiosə e ci vogliamo bene.
Il concetto di disforia è obsoleto, mette l’accento su qualcosa che manca, che ancora non c’è, verso la quale si necessita di andare.
Crediamo e vogliamo che essere trans non riguardi tanto il sentirsi a disagio nel genere assegnato alla nascita, ma piuttosto quanto possiamo sentirci a nostro agio e liberə nel genere in cui ci identifichiamo.
Non siamo solo e per forza lacrime e rabbia, binder stretti e tucking, vestiti larghi e voci sommesse per non far sentire un suono troppo acuto. Ci riappropriamo di un concetto clinico e parliamo di euforia di genere, che si sprigiona dall’autodeterminazione dell’identità di genere, quell’euforia che è già viva, reale e vibrante in noi e il cui unico desiderio è quello di espandersi.
Vogliamo che la nostra autodeterminazione di genere sia un percorso di euforia:
- che non ci venga richiesto di stare “abbastanza male” per accedere a trattamenti salvavita, ma ci venga permesso di esprimere ciò che ci fa stare bene
- che non ci venga richiesto di stare “per forza bene”, una volta avuto accesso alle terapie medicalizzate.
Vogliamo che la nostra identità sia indipendente dai percorsi istituzionali e che le scelte terapeutiche siano un’opzione di salute e di benessere, e non un obbligo.
Vogliamo la gioia dell’esplorare tutte le nostre sfumature e del creare relazioni autentiche, vogliamo l’euforia di una lotta collettiva, contro un sistema che ci vuole solə.
Il DSM V parla di “marcata incongruenza tra genere esperito e caratteristiche sessuali”; noi parliamo di bisogno di far incontrare il nostro corpo con la nostra immagine interna, farli prendere per mano e portarli in giro per il mondo.
All’imposizione di un “forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali” noi rispondiamo: “Saltellare di gioia quando ci accorgiamo di poter permettere al corpo di fiorire, nel rispetto dell’immagine di sé che abbiamo già dentro di noi”.
Al “forte desiderio di appartenere al genere opposto”, noi gridiamo: “Sentirsi al sicuro nel mondo e pienə di gratitudine quando veniamo riconosciutə pienamente nel nostro genere, indipendentemente dal nostro aspetto”.
Non vogliamo che sia la disforia a definirci, ma l’euforia, e vogliamo essere noi a decidere quale forma essa abbia.
Ci vogliamo liberə, gioiosə e ci vogliamo bene.
CORPO: Rivendichiamo il corpo come luogo di possibilità e sperimentazione
La società in cui viviamo ci spinge spesso ad allontanarci dai nostri corpi. La nostra fisicità viene costantemente attaccata, scrutinata, criticata, medicalizzata in base a standard fisici, sociali e culturali che per noi non funzionano e a cui neanche vogliamo relazionarci. Ma spesso questo può limitare la nostra abilità di connetterci interamente ai nostri sensi e alle nostre esperienze e può creare distanza tra il nostro essere e il nostro corpo.
Essere in contatto con i nostri corpi e con i nostri desideri - includendo anche emozioni complesse e difficili con cui può manifestarsi (ad esempio la disforia) e vedendole non come qualcosa da aggiustare o negare, ma qualcosa con cui lavorare e confrontarsi in maniera sicura - è una fonte di forza che ci aiuta ad aprire un mondo infinito di possibilità e di potenziale. Cominciando a livello personale ed espandendosi a livello interpersonale, sociale, politico.
Vogliamo creare uno spazio dove sia possibile ritornare ai nostri corpi, riconnettersi con i nostri sensi e con la nostra fisicità, così da poter trovare noi stessu per noi stessu in tutte le nostre complessità, invece che in relazione a categorie e standard limitati e limitanti di pensiero binario e rigido, in cui non solo non ci ritroviamo, ma a cui neanche vogliamo sottoscrivere.
Vogliamo creare una realtà che possa coltivare un senso di forza ed emancipazione nell’essere noi stessu, in tutte le forme, versioni, e possibilità che esistono in noi.
Vogliamo celebrare il potenziale di essere multipl*, fluid*, mutabil*, pieni di domande che possono restare domande aperte, senza dover sempre avere risposte dirette.
Vogliamo fare spazio alla gioia che può esserci nel percorso di interrogare e trovare noi stessu, di conoscerci un po’ di più ogni giorno, di sperimentare con le nostre identità - cosa che sembra spesso impossibile nel modo in cui la società e i sistemi sociali, medici, politici, economici ci trattano. Trovare curiosità e playfulness nel nostro sperimentare con la nostra identità, nell’esplorare chi siamo e chi possiamo essere.
Uno dei nostri doni, come persone trans*, è che abbiamo la capacità di vedere le cose in modo diverso, di trovare possibilità e scelta dove non ci è stata presentata, e di sognare e creare diversi modi di essere e di vivere. Noi sappiamo chi siamo più di chiunque altrx e più dei sistemi in cui viviamo, nonostante la società voglia imporci chi e come essere. E più riusciamo a connetterci a tutto il nostro essere - fisico, emotivo, psicologico - più porte apriamo per conoscerci e scoprirci.
Noi vogliamo incontrarvi nella vostra totalità, vogliamo fare spazio per tutti gli aspetti dell’essere una persona, e vogliamo centrare l’esperienza in prima persona, sotto tutti i punti di vista.
Essere in contatto con i nostri corpi e con i nostri desideri - includendo anche emozioni complesse e difficili con cui può manifestarsi (ad esempio la disforia) e vedendole non come qualcosa da aggiustare o negare, ma qualcosa con cui lavorare e confrontarsi in maniera sicura - è una fonte di forza che ci aiuta ad aprire un mondo infinito di possibilità e di potenziale. Cominciando a livello personale ed espandendosi a livello interpersonale, sociale, politico.
Vogliamo creare uno spazio dove sia possibile ritornare ai nostri corpi, riconnettersi con i nostri sensi e con la nostra fisicità, così da poter trovare noi stessu per noi stessu in tutte le nostre complessità, invece che in relazione a categorie e standard limitati e limitanti di pensiero binario e rigido, in cui non solo non ci ritroviamo, ma a cui neanche vogliamo sottoscrivere.
Vogliamo creare una realtà che possa coltivare un senso di forza ed emancipazione nell’essere noi stessu, in tutte le forme, versioni, e possibilità che esistono in noi.
Vogliamo celebrare il potenziale di essere multipl*, fluid*, mutabil*, pieni di domande che possono restare domande aperte, senza dover sempre avere risposte dirette.
Vogliamo fare spazio alla gioia che può esserci nel percorso di interrogare e trovare noi stessu, di conoscerci un po’ di più ogni giorno, di sperimentare con le nostre identità - cosa che sembra spesso impossibile nel modo in cui la società e i sistemi sociali, medici, politici, economici ci trattano. Trovare curiosità e playfulness nel nostro sperimentare con la nostra identità, nell’esplorare chi siamo e chi possiamo essere.
Uno dei nostri doni, come persone trans*, è che abbiamo la capacità di vedere le cose in modo diverso, di trovare possibilità e scelta dove non ci è stata presentata, e di sognare e creare diversi modi di essere e di vivere. Noi sappiamo chi siamo più di chiunque altrx e più dei sistemi in cui viviamo, nonostante la società voglia imporci chi e come essere. E più riusciamo a connetterci a tutto il nostro essere - fisico, emotivo, psicologico - più porte apriamo per conoscerci e scoprirci.
Noi vogliamo incontrarvi nella vostra totalità, vogliamo fare spazio per tutti gli aspetti dell’essere una persona, e vogliamo centrare l’esperienza in prima persona, sotto tutti i punti di vista.
QUEERNESS: Rifiutiamo e resistiamo, verso immaginari collettivi di un nuovo presente
Queerness è un rifiuto!
Verso questo presente a cui ci costringono perché il migliore tra i possibili.
Verso le sue regole e le sue leggi, che ci impongono come infallibili e immutabili.
Verso un modo di vedere lx altrx che lx riduce a ciò che possono produrre e in che misura.
Verso le costruzioni sociali che ci costringono in modi di esistere che soffocano e annullano le nostre complessità.
Verso la logica dell’io assoluto che si costruisce a discapito del noi, dell’incuria che si costruisce a discapito dei singoli, del suprematismo che si costruisce a discapito della collettività, della violenza come unico strumento di risoluzione dei conflitti.
Queerness è un grido che si solleva dai margini che da luoghi dell’oppressione e della marginalizzazione ora diventano luoghi della Resistenza.
Queerness è opporsi alla prigionia del presente, del qui ed ora e concepire le possibilità e molteplicità del dopo e aldilà.
Queerness è desiderare e immaginare altri modi di esistere, di relazionarsi, di sentire e di vedere fino a costruire un altro presente perché questo non ci basta, è mancante e non ci contiene.
Queerness è non rassegnarsi e costruire collettivamente un domani che superi le logiche capitaliste, gerarchiche, colonialiste e antropocentriche. Un domani che superi i costrutti di classe, di genere, di sesso, di confine e di norma
Queerness è sintonizzarsi con lx altrx, il nostro altro io, accogliendo le reciproche fragilità e contraddizioni.
Queerness è espandere il proprio orizzonte personale per contenere ciò che è oltre noi, è (ri)trovare il proprio centro al di fuori di sé con lx altrx.
Queerness è continuare costantemente e instancabilmente a mettersi in discussione per la propria comunità.
Verso questo presente a cui ci costringono perché il migliore tra i possibili.
Verso le sue regole e le sue leggi, che ci impongono come infallibili e immutabili.
Verso un modo di vedere lx altrx che lx riduce a ciò che possono produrre e in che misura.
Verso le costruzioni sociali che ci costringono in modi di esistere che soffocano e annullano le nostre complessità.
Verso la logica dell’io assoluto che si costruisce a discapito del noi, dell’incuria che si costruisce a discapito dei singoli, del suprematismo che si costruisce a discapito della collettività, della violenza come unico strumento di risoluzione dei conflitti.
Queerness è un grido che si solleva dai margini che da luoghi dell’oppressione e della marginalizzazione ora diventano luoghi della Resistenza.
Queerness è opporsi alla prigionia del presente, del qui ed ora e concepire le possibilità e molteplicità del dopo e aldilà.
Queerness è desiderare e immaginare altri modi di esistere, di relazionarsi, di sentire e di vedere fino a costruire un altro presente perché questo non ci basta, è mancante e non ci contiene.
Queerness è non rassegnarsi e costruire collettivamente un domani che superi le logiche capitaliste, gerarchiche, colonialiste e antropocentriche. Un domani che superi i costrutti di classe, di genere, di sesso, di confine e di norma
Queerness è sintonizzarsi con lx altrx, il nostro altro io, accogliendo le reciproche fragilità e contraddizioni.
Queerness è espandere il proprio orizzonte personale per contenere ciò che è oltre noi, è (ri)trovare il proprio centro al di fuori di sé con lx altrx.
Queerness è continuare costantemente e instancabilmente a mettersi in discussione per la propria comunità.
Hubsoleto quindi..
Ci impegniamo nella creazione di una rete di supporto orizzontale, attraverso il dialogo costante con le persone della nostra comunità e r-esistiamo, con l'obiettivo di dare un servizio più accessibile possibile, con liste d'attesa più brevi possibili, una cassa solidale per chi è più in difficoltà e online, in modo da abbattere i costi e raggiungere tuttu.
Come Hubsoleto rivendichiamo la natura politica dell’atto di cura, e nell’esercitare questo atto intendiamo mettere in discussione le dinamiche gerarchiche che storicamente caratterizzano le relazioni di cura; la messa in discussione di queste dinamiche per noi si estende oltre esse, per includere anche le dinamiche interpersonali e di attivismo. Nel fare questo vogliamo adottare un approccio orizzontale, orientato alla cura reciproca, all’ascolto e alla comunicazione assertiva. Crediamo che questi presupposti possano concretizzarsi nella forma di una collettiva che supera quelle dinamiche di potere che troppo spesso bloccano l’attivismo in logiche di arrivismo e protagonismo, e confidiamo che questo orientamento ci permetterà di evitarle.
Nasciamo e cresciamo, inoltre, con l’obiettivo di creare una rete di supporto e sostegno reciproco, un luogo sicuro in cui ciascunə di noi possa davvero esplorare liberamente la propria identità di genere e il rapporto di essa con la società che vorremmo. Ricordandoci che il gruppo e la comunità si formano su un reciproco dono di impegno, cura, collaborazione e sforzo nei propri limiti e bisogni, finalizzati sempre al bene comune.
Per questo ci proponiamo di organizzare eventi e collaborazioni anche con altre realtà, che condividano i nostri obiettivi e valori e che diano voce e spazio a tutte le identità gender-diverse e oltre.
Ci impegniamo a trovare sempre più professionist* trans e non-binary che la pensino come noi e sottoscrivano questo manifesto. Nel nostro lavoro ci accompagnano i nostri valori, quelli che in questo manifesto abbiamo esposto ed elaborato: non parole vuote di significato, ma le nostre bussole nel mondo e nelle nostre professioni. Vogliamo tutelare le persone che ci contattano nel garantire loro che chi si occuperà della loro cura, del loro sostegno e benessere segue questi valori, impegnandoci a non discriminare ed accogliere tuttu, sia chi li condivide, sia chi è curiosu di avvicinarcisi e abbia voglia esplorarli con noi.
Ci teniamo a modificare noi stessɜ in base ai vostri bisogni, necessità e richieste. Ora e in futuro.
Siamo consapevoli che le nostre pratiche potrebbero essere manchevoli e migliorabili, e ci impegneremo in un costante processo di messa in discussione. Questo manifesto non è "l'atto finale" di un processo: sono i nostri posizionamenti generali e valori identitari, ma sono anche posizionamenti specifici in relazione a questo contesto storico e politico. È un continuo processo in divenire e pertanto può essere modificato con l'evoluzione dei nostri processi di analisi e decostruzione e i nostri posizionamenti rispetto a come cambiano i contesti storici e politici che ci circondano.
Prendiamo l'euforia di genere, e tutto lo spettro del nostro sentire, come nostre guide.
Come Hubsoleto rivendichiamo la natura politica dell’atto di cura, e nell’esercitare questo atto intendiamo mettere in discussione le dinamiche gerarchiche che storicamente caratterizzano le relazioni di cura; la messa in discussione di queste dinamiche per noi si estende oltre esse, per includere anche le dinamiche interpersonali e di attivismo. Nel fare questo vogliamo adottare un approccio orizzontale, orientato alla cura reciproca, all’ascolto e alla comunicazione assertiva. Crediamo che questi presupposti possano concretizzarsi nella forma di una collettiva che supera quelle dinamiche di potere che troppo spesso bloccano l’attivismo in logiche di arrivismo e protagonismo, e confidiamo che questo orientamento ci permetterà di evitarle.
Nasciamo e cresciamo, inoltre, con l’obiettivo di creare una rete di supporto e sostegno reciproco, un luogo sicuro in cui ciascunə di noi possa davvero esplorare liberamente la propria identità di genere e il rapporto di essa con la società che vorremmo. Ricordandoci che il gruppo e la comunità si formano su un reciproco dono di impegno, cura, collaborazione e sforzo nei propri limiti e bisogni, finalizzati sempre al bene comune.
Per questo ci proponiamo di organizzare eventi e collaborazioni anche con altre realtà, che condividano i nostri obiettivi e valori e che diano voce e spazio a tutte le identità gender-diverse e oltre.
Ci impegniamo a trovare sempre più professionist* trans e non-binary che la pensino come noi e sottoscrivano questo manifesto. Nel nostro lavoro ci accompagnano i nostri valori, quelli che in questo manifesto abbiamo esposto ed elaborato: non parole vuote di significato, ma le nostre bussole nel mondo e nelle nostre professioni. Vogliamo tutelare le persone che ci contattano nel garantire loro che chi si occuperà della loro cura, del loro sostegno e benessere segue questi valori, impegnandoci a non discriminare ed accogliere tuttu, sia chi li condivide, sia chi è curiosu di avvicinarcisi e abbia voglia esplorarli con noi.
Ci teniamo a modificare noi stessɜ in base ai vostri bisogni, necessità e richieste. Ora e in futuro.
Siamo consapevoli che le nostre pratiche potrebbero essere manchevoli e migliorabili, e ci impegneremo in un costante processo di messa in discussione. Questo manifesto non è "l'atto finale" di un processo: sono i nostri posizionamenti generali e valori identitari, ma sono anche posizionamenti specifici in relazione a questo contesto storico e politico. È un continuo processo in divenire e pertanto può essere modificato con l'evoluzione dei nostri processi di analisi e decostruzione e i nostri posizionamenti rispetto a come cambiano i contesti storici e politici che ci circondano.
Prendiamo l'euforia di genere, e tutto lo spettro del nostro sentire, come nostre guide.